Come le foglie

La morte ci ricorda che siamo uomini. Anche il divo, anche l’eroe sono sottoposti alla sua legge, anche le icone (nel senso etimologico di pura immagine) più fatue diventano uomini di carne ed ossa, non solo gabbane d’istrioni. La morte ci ricorda che siamo uomini, che le nostre sorti son come quelle delle foglie degli alberi; d’altra parte, però, essa ci avvicina agli dei. Muor giovane chi è caro agli dei, e trova spazio nel firmamento reale o metaforico, nel mito antico o postmoderno, nelle celebrazioni sacre o profane.

Spesso ricordiamo, con lunghe riflessioni, bilanci, considerazioni, excursus biografici i grandi che ci lasciano quando il ciclo della vita lo impone. È l’occasione della memoria, di sentir vicini, come dei congiunti che hanno segnato in qualche modo la nostra formazione, gli artisti, gli intellettuali, le personalità di chi se ne va. Quando però la morte è prematura la ferita è diversa, siamo trafitti dal senso dell’ingiustizia per le vite strappate al mondo troppo presto. Per eccessi, imprudenze, malattie, fatalità. Esistenze che si bruciano nello spazio di un mattino, abbaglianti ma tanto umane, infine, che Achille stesso si pentirà d’aver preferito la gloria all’anonima longevità, anche se la fama alata è l’unica esperienza d’immortalità concessa all’uomo. Pergolesi muore a ventisei anni, Mozart a trentacinque, Bellini a trentatré, Chopin a trentanove, Marie Duplessis a ventitré. E poi Marylin Monroe, Montgomery Clift, Freddy Mercury, Grace Kelly, Marco Pantani, Pietro Taricone, Heath Ledger, Amy Winehouse. Volontà, autodistruzione, improduenza fatalità; artisti, attori, sportivi, noti magari per diversi motivi ma poi tutti scomparsi all’improvviso troppo presto.

Negli scorsi anni, nel nostro piccolo mondo dell’opera, abbiamo salutato Giuseppe Taddei e Cesare Siepi, Giacinto Prandelli e Giulietta Simionato, Joan Sutherland e Shirley Verrett. Abbiamo però assistito anche a tragedie di uomini e donne che hanno cessato prematuramente di essere tenori e soprani, di morire ogni giorno di follia, di veleno, pugnale o ghigliottina, d’esser fucilati o di gettarsi nel vuoto, ma anche di essere genitori, figli, fratelli, sposi, amanti, amici. La malattia di Lucia Valentini Terrani, la speranza d’una cura, d’un donatore finalmente compatibile e poi la notizia spietata di un fisico che non aveva retto abbastanza per arrivare all’intervento brucia ancora. Brucia ancora la fine di Giusy Devinu, che dopo aver interpretato mille e mille volte la morte di Violetta si spegne a soli quarantasette anni. Così le fini premature – purtroppo solo due esempi fra i molti – di Deon Van der Walt o Sergej Larin. Così, infine un fatale scherzo del destino ha voluto che nello stesso 2011 ci lasciassero due delle più belle voci siciliane delle ultime generazioni, entrambi allievi di Carlo Bergonzi, due tenori che, a distanza d’una decina d’anni l’uno dall’altro, furono entrambi salutati come eredi del repertorio e della solare vocalità pavarottiana, giungendo però a non sopravvivere a lungo al modello. Lo scorso aprile Vincenzo La Scola, classe 1957, viene colpito da un infarto mentre si recava in Turchia per un masterclass: erano purtroppo noti i problemi cardiaci che l’accmpagnavano fin da ragazzo, ma questo non allevia la tragicità della notizia, che in pochi secondi fa fa il giro del web – e degli sms fra appassionati – in un clima generale d’incredula commozione. Ora, a fine agosto, Salvatore Licitra, classe 1968, ha un incidente stradale. Incidente banale, a moderata velocità, in un centro cittadino, cade dalla sua moto. Ma la causa dell’incidente è un malore, si scoprirà un’ischemia, e Licitra non indossa il casco: il trauma cranico si unisce all’ictus, la prognosi è subito grave. Siamo con il fiato sospeso per una settimana, mentre con impeccabile discrezione la famiglia chiede il silenzio stampa. Ieri mattina l’arresto dell’attività cerebrale, nel pomeriggio è dichiarato il decesso con un sobrio comunicato stampa che annuncia anche la decisione, nel rispetto della volontà del maestro, di donare gli organi.

Di fronte alla morte di chi ha vissuto, di chi ha compiuto il suo ciclo e per natura o estremo atto di volontà – come nel caso di Monicelli – lo ha chiuso giunge per noi il momento della memoria e possiamo avere mille parole di riflessione e commiato.

Di fronte a chi scompare così presto, una foglia ancor verde sospesa a un ramo e strappata non dall’autunno ma dal vento, dalla mano d’un bambino, divorata da un animale, non c’è spazio per le parole. Ho vivi ricordi di La Scola e Licitra incrociati anche fuori dalle scene, ma non è il momento delle parole. Ora c’è solo il silenzio e il dolore per degli uomini e delle donne, per i loro cari.

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