La disfida di Capodanno

Ogni anno si apre la disfida dei concerti di Capodanno e fra Vienna e Venezia si rinverdiscono i fasti risorgimentali di Senso con battaglie a colpi d’accuse (più o meno fondate) di esterofilia, provincialismo, snobismo, kitsch, chiusura mentale e chi più ne ha più ne metta, indifferentemente da ambo le parti.

Non sarebbe opportuno mettere da parte le polemiche e distinguere dati oggettivi e soggettivi, sostanziali e incidentali. Abbiamo nei giorni del passaggio all’anno nuovo un’amplissima scelta anche televisiva di concerti e appuntamenti musicali per tutti i gusti. Fino a pochi anni fa il Neujharskonzert viennese era trasmesso integralmente per radio ma in forma ridotta in televisione, con una replica completa in tarda serata. Oggi abbiamo sempre la possibilità di seguire in diretta radiofonica il concerto austriaco, di accendere lo schermo e vedere fra l’ora di pranzo e il primo pomeriggio in sequenza la seconda parte – quella più operistica – del Galà veneziano e l’intero augurio musicale dei Wiener Philharmoniker, replicato poi, sempre senza tagli, all’ora di cena da Rai5, mentre in serata Radio3 Rai propone il concerto dalla Fenice nella sua completezza.

Mi pare che ciascuno possa soddisfare le proprie inclinazioni e che le lamentele rischino d’essere più che altro influenzate da abitudini, passioni e piccole tradizioni festive familiari e individuali.

A me, francamente, non dispiace svegliarmi tardi, il primo dell’anno, accendere la tv e sentir cantare qualche brano d’opera, per poi passare a walzer e polke a coronamento musicale della giornata. Se qualcuno preferisce fare altrimenti e privilegiare l’una o l’altra offerta ha tante possibilità radiotelevisive comodamente a disposizione.

Quali possano anche essere stati i ragionamenti alla base dell’ideazione del Capodanno alla Fenice, in pratica non abbiamo un clone di Vienna, semplicemente un altro concerto. E questo lo vedo come una ricchezza, un’opportunità d’ascolto in più, quindi come un fatto potenzialmente positivo.

Un altro discorso è la valutazione qualitativa caso per caso, e quest’anno non posso negare d’esser passata dalla delusione in laguna a una piacevole soddisfazione sulle sponde del Danubio.

Il concerto della Fenice nasce in collaborazione con la Rai, anche e – diremmo – soprattutto in funzione televisiva. La scelta dei brani e dei tempi deve fare i conti con questa contingenza, spesso limitativa, ma ugualmente un po’ più di fantasia, uno sforzo intellettuale maggiore non avrebbe fatto male. Il programma si ripete pressoché identico ogni anno, tanto che il dichiarato omaggio a Verdi non s’è quasi percepito. Piuttosto è spiaciuto che proprio nella città dove Wagner è sepolto non si sia pensato a inserire almeno un preludio del Lohengrin, o dei Meistersinger, una ouverture di Rienzi o di Tannhäuser in luogo della seconda sinfonia di Čajkovskij o del galop dai ballabili del Siège de Corinthe. Questi ultimi, estrapolati dal contesto, non sono certo il brano che meglio esprime l’arte rossiniana in sede concertistica, ma almeno avrebbero ben giustificato un intervento tersicoreo che è invece concesso solo a pagine che di danzante hanno poco o nulla, come i preludi di Un ballo in maschera, della Traviata (quello dell’atto I, che almeno conserva un tema di walzer) e di Attila. Le coreografie sono in effetti miserelle, senza attinenza con il testo, prudentissime nei movimenti, senza il coraggio per esser definite moderne, senza il gusto per potersi dire classiche, nonostante la presenza, sottoutilizzata, dell’étoile Roberto Bolle, di sicuro richiamo anche fra i non addetti ai lavori. Desirée Rancatore e Saimir Pirgu non brillano, sir John Eliot Gardiner non ha l’appeal carismatico per questi eventi, né la verve per un festoso programma verdiano. Personalmente mi sono annoiata, nonostante un programma quasi tutto verdiano promettesse tutto tranne la noia.

Tutto al contrario a Vienna, che onora Verdi e Wagner nel suo stile, inserendo non solo il Preludio al terz’atto del Lohengrin e il Prestissimo dalle danze del Don Carlos, ma anche la Melodien Quadrille su temi verdiani di Johann Strauss e perfino un omaggio a Rossini e all’opera italiana con la fantasia Erinnerungen an Ernst oder Der Carneval in Venedig di Johann Strauss padre, che si apre con la citazione letterale della marcia dell’Otello del pesarese. Si mantiene la tradizione, ma modellandola con eleganza alle ricorrenze o al carattere specifico che si vuol conferire al concerto. Le danze sono il trionfo del classico fiabesco, ambientate anche in Italia con costumi da sogno e coreografie finalmente degne di questo nome, almeno per quel che ci si aspetta dallo spirito del Neujahrskonzert della Musikverein, che mantiene fede alla sua identità e la rinnova anche con quel caratteristico umorismo austriaco che lo contraddistingue. I fiori di San Remo che addobbano la sala e le residenze dei Savoia dove sono ambientate le coreografie accrescono anche a Vienna un sano orgoglio italiano.

Per quest’anno, insomma, Vienna batte decisamente Venezia sul fronte della qualità. Altra questione è l’idea di base e l’identità dell’iniziativa in sé, e qui se la formula che unisce la festa alla Fenice e al belcanto italiano può essere vincente, si richiede alla direzione artistica e agli autori un impegno culturale e intellettuale per far crescere questo concerto senza accontentarsi di qualche bella inquadratura e di qualche melodia popolare.

Fra i due litiganti, però, uno spazio speciale se lo ritaglia il concerto di S. Silvestro trasmesso da Arté in diretta/differita da Baden Baden. I cantanti sono spiritosi, simpatici, in vena giocosa e hanno le personalità di Olga Peretyatko, Rolando Villazon, Thomas Hampson. Sfilano Rossini, Offenbach, Cole Porter, J. Strauss, Léhar e soprattutto Verdi, dall’Oberto ai Vespri siciliani, a Un Ballo in Maschera, Don Carlo, Rigoletto e, naturalmente, La traviata. Dirige un giovane pimpante Andrés Orozco-Estrada. Ci si diverte con leggerezza, si fa vera festa in musica: questo sì un bell’aperitivo per salutare l’anno nuovo senza polemiche.

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