Il trovatore a Bologna

TrovatoreDue tenori per fare un Trovatore
di Roberta Pedrotti

BOLOGNA – Il trovatore è sempre un’eccellente cartina di tornasole per la valutazione dell’interpretazione verdiana e il confronto dei due cast alternatisi a Bologna negli ultimi giorni precedenti lo scoccare del fatidico 2013 conferma l’importanza determinante, ed esemplare in questo testo, della coscienza artistica alla base del canto.
La forma codificata dell’opera italiana del primo Ottocento vi trionfa programmaticamente attraverso una drammaturgia fondata sul racconto e sulla simmetria. Arcaica, anzi classica, ma anche in questo d’intrigante modernità per  quel perpetuo ricordare medesimi fatti e antefatti da prospettive e punti di vista differenti. La dimensione epico narrativa in virtù della sintesi teatrale e dell’abile dosaggio fra rievocazione e azione diventa dimensione a tutti gli effetti drammatica, ovvero agita. Il bagliori del fuoco e i riflessi lunari riconosciuti come distintivi della tinta specifica del Trovatore  si esprimono attraverso il canto, ch’è a tutti gli effetti il veicolo principale della drammaturgia. Questo, naturalmente, non significa che gli altri elementi, dallo strumentale all’allestimento scenico, siano secondari, ma che il senso del μέλοϛ (melos), ovvero quel che in musica è intimamente connesso a un testo poetico, al contrario permei unitariamente spazio, gesto e il complesso di una partitura in cui più che mai anche l’orchestra deve cantare.

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