Falstaff alla Scala

Arnold_Schoenberg_'The_Red_Look'_-_Kandinsky_1910L’occasione perduta d’una serata perfetta
servizio di Roberta Pedrotti

MILANO – Al Wagner di Lohengrin succede il Verdi di Falstaff – e poi saranno Nabucco e Olandese e Oberto e Macbeth eRing a intrecciarsi in stretta alternanza sul palco del Piermarini – ancora una volta con un grande regista, Robert Carsen, e una bacchetta, quella di Daniel Harding, che suscita interesse. Ne sortisce un allestimento, bello, divertente, godibile, ma non memorabile, proprio perché se la commedia su palco si dipana a meraviglia, quella musica che è commedia in ogni suo più minuto accento fatica a prender vita.
Dopo la rivelazione vera propria di un dittico verista concertato, sempre alla Scala, con somma intelligenza e zampillare d’idee stimolanti, Harding conferma di non avere in Giuseppe Verdi il suo autore d’elezione e spreca un’occasione. L’orchestra manca di leggerezza e di nitore, si stende come un tappeto polveroso nel quale i colori son diventati opachi e i disegni confusi, quando Falstaff, anche a volerne dare una lettura più carnosa e sensuale, è un perfetto meccanismo ritmico in movimento perpetuo, una macchina teatrale fatta di atmosfere, incisi, preziosismi e ironie. Né il trillo universale del negro grillo né la magia del notturno di Fenton e di tutta la scena della Quercia di Herne si riconoscevano nella bacchetta di Harding, che sembrava mille miglia lontana da questa partitura: un passo falso insomma, purtroppo.
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