Der Fliegende Holländer alla Scala

Trilogia_Romana_Respighi_d0L’Olandese vola su una generica correttezza
servizio di Roberta Pedrotti

MILANO – È sempre piacevole aprire un programma di sala che offra l’occasione di godere della bella prosa, della cultura e dell’arguzia di Quirino Principe e di Maurizio Giani. Soprattutto quando si parla di Wagner i volumi editi dal Teatro alla Scala sono una garanzia, particolarmente preziosi nel caso del Ring, tanto da sorvolare volentieri anche sulle annotazioni tautologiche  della selezione discografica, che sarebbe opportuno rendere più sobria ed elegante.
Quando si abbassano le luci, si ripone il libro su una sedia vuota accanto alla mia (un palco tutto per sé: la sera della domenica deve attrarre poco la stampa), Hartmut Haenchen sale sul podio e leva la bacchetta sull’Ouverture del Fliegende Holländer l’entusiasmo va scemando, l’attenzione e la tensione s’allentano. Si respira un’aria d’ordinaria routine, senza che paia compita una chiara scelta interpretativa e stilistica, che nelle intenzioni dichiarate sarebbe quella di valorizzare la novità della partitura rispetto alle pur salde e riconoscibili radici dell’opera romantica tedesca e fin dell’ultimo singspiel.  L’ambizione resta nelle note sul programma, mentre l’opera procede senza particolari guizzi, poco ispirata, con un’orchestra che non sembra andare oltre una generica correttezza,  ben lungi dall’apparire trasfigurata nel sublime wagneriano, voce ed essenza del dramma, fra la quotidianità biedermeier e un po’ gretta del mondo di Daland e il leggendario romantico del vascello fantasma. LEGGI IL SEGUITO A QUESTO LINK

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