#primorof Pesaro: un colpo di fulmine

Cominelli Corsini Buon lavoroIl Rossini Opera Festival tramite twitter invita a raccontare il #primoRof. Per me è la storia di un colpo di fulmine, nel leggere il cinguettio pesarese ho rivisto davanti a me come fosse ora, dai finestrini dell’auto, l’uscita dell’autostrada, il cartello PESARO all’altezza del ponte sul Foglia, l’ingresso in città. Da allora ogni anno, dall’autostrada o dalla stazione, so di essere tornata, in un certo senso, a casa, in una città dove è come se ci fosse sempre stata una parte di me. E la prima boccata d’aria pesarese ha sempre il suo profumo inafferrabile.

Era l’agosto del 1994 e finalmente arrivava un momento atteso da mesi. Uno dei miei primissimi ricordi operistici coscienti consisteva in servizi televisivi (Figaro qua, Figaro là; L’amore è un dardo) sulla Semiramide andata in scena due anni prima, con Alberto Zedda che strapazzava coro e cantanti, con Pertusi, la Scalchi, un giovanissimo D’Arcangelo come Oroe, l’allestimento mozzafiato di De Ana; scoperto che la stessa messa in scena sarebbe stata riproposta quell’estate e che oltre a Pertusi ci sarebbe stato Blake i miei genitori pensarono bene di farmi una sorpresa e quella avrebbe dovuto essere la mia prima opera da vivo (invece capitò in giugno una Cenerentola a Torino con Blake, Pertusi, Larmore, Dara, Spagnoli e Campanella, ma questa è un’altra storia….).

Il segreto durò poco e il fax divenne una reliquia inestimabile, venerata e custodita con cura maniacale. Sembra passata un’eternità tecnologica: quella carta lucida, facile a sbiadirsi era l’unico contatto con Pesaro, la chiave di tutte le informazioni e quando pensai d’averla smarrita ebbi una crisi di panico tale che deve essere ancora conservato lo scambio familiare di post-it con la cronaca della mia disperazione e del ritrovamento del fatidico rotolo.

Nel frattempo studiavo con attenzione il CD prestatoci da un amico: Decca, Studer, Larmore, Ramey, Marin. Meglio di niente. E imparavo a memoria il librettino Ricordi, copertina gialla, disegno di Arsace davanti al cadavere della madre: altro feticcio che serbai fino al bar del Palafestival, prima di possedere finalmente il programma di sala con la riproduzione del Guercino in copertina.

Prima di raggiungere Pesaro facemmo tappa fra Toscana e Umbria fra piaceri artistici e gastronomici, ma non mi separai dalla radiolina portatile mentre cenavo alla sagra del fungo porcino o della porchetta, la sera della prima, per carpire tutto il possibile da quella diretta. Ricordo i vocalizzi e l’intervista di Blake, ricordo la descrizione della regia di De Ana con la colossale statua femminile scomposta.

Poi, finalmente, Pesaro. La Palla di Pomodoro ancora in marmo bianco, ancora imbrattata di graffiti, noi all’avventura, con solo i biglietti dell’opera, alla ricerca di un posto per dormire. All’ufficio turistico ci consigliarono un residence sulle colline, bellissimo, anche se un po’ fuori mano. Fra le prime scoperte ci furono il gelato di Germano (una favola, allora), La Guercia e il rimpianto Ariston, delizioso ristorantino accanto al Savoy, cucina semplice e gustosa a ottimi prezzi: e capitava spesso di incrociare Gossett, Cagli o Corghi.

Quando vidi i vari “Fai vivere” che sembravano imbrattare la vetrata del Savoy pensavo si trattasse non dell’esuberanza artistica del conte Marcucci Pinoli, ma di una protesta dei suoi dipendenti.

Allora la sede amministrativa del Rof era dirimpetto a quella attuale e l’ufficio stampa al pianterreno. Lì, presagio del lavoro futuro, incontrai per la prima volta Giacomo Mariotti: ricordo che aveva una medicazione all’orecchio, che un signore (mi parve di capire che fosse il nonno) lo stava aiutando a sistemare la rassegna stampa e che chiacchierammo della discussa Italiana di Fo e del tenore Markus Schafer che, disse Giacomo, “effettivamente è piaciuto a pochini”, mentre mia madre, al solito pungente, chiosava “forse alla sua mamma”.

E poi Semiramide, nel vecchio palazzetto dello sport, il teatro dei grandi spettacoli, il teatro del primo Tell integrale, del folgorante Moise di Vick e Jurowski, di questa immensa tragedia babilonese. Quando non c’erano navette e con pochi passi avevamo tutto Rossini nelle nostre mani. Oggi un triste parallelepipedo di cemento abbandonato, monumento ai nostri ricordi.

Non ho bisogno di chiudere gli occhi per ricordare lo splendore di quella Semiramide, uno splendore che non appassisce con gli anni e l’esperienza, quando ne riascolto la registrazione. Solo il tono ironico con cui Rockwell Blake-Idreno mormorò “Qual tremendo arcano” nel suo primo recitativo resta per me il sigillo e l’imprinting indelebile di tutta una lettura dell’opera rossiniana.

Dopo “Ah quel giorno ognor rammento” sussurrai a mia madre – beata innocenza! – che questa Dupuy mi sembrava tanto più brava della Larmore; dopo “Ah dov’è il cimento” qualcuno gridò “Sei divino!” e io balzai in piedi “E’ vero!!!”. All’aria di Assur trattenevo le lacrime pensando che l’opera volgeva al termine. Alla fine dello spettacolo chiedevo disperatamente il bis.

Feci appena in tempo a contrattare con mia madre un’incursione ai camerini che ero già accalcata con altri all’accesso al campo dagli spogliatoi del vecchio palazzetto, quindi, in veste di teatro, all’ingresso artisti dalla sala. Una maschera gentile smistava il traffico e quando invitò a entrare “i signori per Blake” fu travolta da una folla che inseguì ripetendo invano “non più di cinque, non più di cinque”. In barba a ogni norma di sicurezza ci stringevamo sulle scale e nel corridoio adiacente al camerino, in attesa del sospirato autografo potevo toccare i costumi, fitti di ricami, perline, strass e decorazioni d’ogni sorta. Un enorme mazzo di fiori dominava il tavolino dove Rocky firmava locandine, foto, cd: tutti avevamo pensato, vedendo il tizio che entrava in sala con quel monumento botanico, che fossero per la Gasdia-Semiramide, invece all’uscita finale li scoprimmo destinati a Idreno. Poca galanteria, ma omaggio meritato e dovuto.

Quella sera parlai per la prima volta con un cantante, ed era l’Artista che mi aveva cambiato la vita.

Quella sera vidi la mia prima opera a Pesaro e da allora non mancai più un’estate al Rof. Sapevo che mi era entrato nel sangue e sarebbe stato per sempre.

Quella sera dirigeva Norrington, che per curiosa coincidenza l’anno dopo avrebbe tenuto a battesimo pesarese e operistico mio fratello, che a dieci anni esordì felicemente con Zelmira.

Erano tempi elettrizzanti, dopo la grande esplosione dei divi degli anni ’80 si affacciava una nuova generazione: gli anni ’90 si erano aperti con i primi passi di Pertusi e si sarebbero chiusi con il debutto della Barcellona. C’era un entusiasmo speciale, forse perché a tanti giovani rampanti corrispondeva anche la mia adolescenza e non m’importava tanto durante l’anno di uscire con i miei coetanei o andare in motorino, quanto di infilarmi in ogni anfratto dei teatri pesaresi, di non perdermi una recita (Gianfranco Mariotti mi definì affettuosamente “un sorcio” perché mi ritrovava dappertutto), di vivere fino in fondo tutto il Rof in ogni suo aspetto, di gustarmelo fino all’ultima goccia. Ogni generazione ha le sue peculiarità, ma non invidio troppo i ragazzi di oggi che amplificano queste esperienze e questi rapporti tramite facebook e le nuove tecnologie. Amo il Rof di oggi, che mi ha dato La gazza ladra, Sigismondo, Mosè in Egitto, Ciro in Babilonia e perfino per gli spettacoli che ho detestato come l’ultimo Signor Bruschino, ma non cambierei con nessun altro la mia esperienza di una giovane melomane nei miei primi Rof. Passata la trentina mi sia concessa una tenera nostalgia.

Proprio negli ultimi giorni, a brevissima distanza, ho rivisto Charles Workman (tanto discusso, ma protagonista nel bene o nel male di spettacoli importantissimo), ho incontrato Paolo Bordogna, Roberto De Candia, Eva Mei, Daniela Barcellona, Alberto Zedda, Gianfranco, Giacomo e Michele Mariotti. Quanti ricordi e quanto affetto. Potrebbe già essere un romanzo, ora che mi avvio al mio ventesimo Rof.

Ora mi manca solo una buona pizza Rossini! Con la maionese. Chi non l’ha provata non sa cosa si perde, quasi dovere iniziatico. Pesaro è anche questo e molto altro.

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