Der Fliegende Holländer al Comunale di Bologna

Cominelli Corsini Buon lavoroApplausi convinti per l’Olandese

servizio di Roberta Pedrotti

BOLOGNA – La festa per le duecento primavere di Richard Wagner in Italia è diventata quasi sinonimo della festa dell’Olandese volante, che senza attendere i fatidici sette anni attracca senza sosta da Torino a Milano, da Milano a Bologna, da Bologna a Napoli. Dopo i bei momenti sabaudi e le burrasche meneghine, il porto felsineo si rivela tranquillo e ospitale con il ritorno dell’allestimento che Yannis Kokkos firmò per il Comunale nel 2000: nulla di meglio di questo per chi desideri entrare nella leggenda del vascello fantasma senza reinterpretarne l’iconografia classica. Abbiamo navi, timoni e arcolai, abbiamo spettri e visioni che sicuramente appagheranno gli amanti della tradizione, ma il gusto moderno di Kokkos li rivisita e li sviluppa in modo da intrigare anche chi nel teatro cerca qualcosa in più della mera illustrazione.

Sicuramente non si tratterà di una lettura sconvolgente e la recitazione non è curata come vorremmo, ma la fantasmagoria visionaria di apparizioni e riflessi rende alla perfezione l’ideale del teatro wagneriano e intreccia i piani della realtà e del sogno, il mondo romantico di Senta e dell’Olandese e quello concretamente borghese di Daland ed Erik con esiti esteticamente felicissimi e mai banali, come quando nel finale vediamo il corpo della fanciulla esanime sdoppiato sul pavimento della sua abitazione e il ponte del vascello fantasma che lentamente si dissolve. Stephan Grögler riprende lo spettacolo con diligenza e nulla si perde della perfetta macchina scenica pensata da Kokkos, che mantiene inalterata la sua suggestione anche grazie alle luci di Guido Levi e ai video (non tecnologicamente invasivi, ma naturalmente integrati al gioco di spazi e specchi) di Eric Duranteau ed è una gioia per gli occhi, una rappresentazione che si può semplicemente godere ma che lascia spazio per riflettere sui diversi piani di lettura della leggenda del navigante maledetto, della fanciulla innamorata di una ballata e votata romanticamente al sacrificio, del di lei padre proteso a un matrimonio d’interesse come un buffo della tradizione italiana, del di lei fidanzato geloso d’un sogno – invero assai insidioso. Fantasia gotica, esplorazione psicanalitica, analisi sociale: ogni lettura è lecita e rimane aperta, senza scegliere una strada precisa, ma di tanto in tanto va bene anche così, se lo sviluppo estetico è di qualità.  

Nell’opera della redenzione, a redimersi operisticamente dopo un piuttosto piatto Tannhäuser petroniano, troviamo sul podio un Stefan Anton Reck ben più ispirato, che alla prima soffre ancora di qualche calo di tensione, ma che nel corso delle recite consolida un passo teatrale più continuo, con buona resa dell’orchestra, senza prevaricare il palcoscenico, e del coro, impegnatissimo. Qui si muovono due cast di qualità complementari, per cui sarebbe improprio parlare tout court di prima e seconda compagnia.

Si alternano nei panni dell’Olandese Mark Doss e Thomas Hall: l’uno di vocalità, lo sappiamo, un po’ legnosa, ma artista abile e intelligente, perfettamente padrone del ruolo cui presta un fascino misterioso e scostante, sfruttando al meglio un canto non privo di spigoli che, gestito a dovere, risulta espressivo, convincente, musicalmente ponderato; l’altro non è meno efficace sulla scena, un vampiro indurito dal tempo e dalla salsedine, e affronta soprattutto il primo atto con voce facile e incisiva, senza temere la tessitura e la drammaticità dell’accento, mostrandosi però un po’ più stanco nel duetto con Senta del secondo atto, un calo che non inficia comunque il complesso della sua prova. La sera del debutto Senta era Anna Gabler, corretta e coinvolta, anche se non travolgente per qualità vocale e personalità, figura gradevole ma interpretazione un po’ immatura, anche per qualche acerbità d’emissione, tanto che alla fine le abbiamo preferito Anna Popovskaya, dal canto più solido e corposo, non elettrizzante senza tuttavia peccare di monotonia. Fra i Daland s’impone, invece, il Mika Kares della prima, giovane basso di figura elegante, fraseggio pulito, timbro piacevole, musicalità e proiezione del tutto soddisfacenti; più grezzo e caricaturale il meno giovane Duccio Dal Monte, della compagnia alternativa.
Alti e bassi per i due Erik, poiché se il timbro di Marcel Reijans è migliore e porta a termine la recita senza incidenti, la resa musicale della splendida aria del terzo atto è invero problematica. Al contrario Charles Workman, che non incrociavamo in teatro dai tempi dei suoi cimenti rossiniani e mozartiani di più d’un decennio fa, ha colore di proverbiale bruttezza e stecca regolarmente i passaggi acuti della stessa aria, ma la quadratura musicale, il senso della melodia quasi belcantista è di ben altro livello.
Non mutavano gli interpreti dello Steuermann (Gabriele Mangione) e di Mary (Monica Minarelli).
Nonostante l’Olandese
 resti per vicenda, struttura e durata una delle migliori occasioni d’approccio a Wagner per chi ancora si mostra diffidente verso il dramma musicale tedesco e nonostante la gloriosa tradizione bolognese in questo repertorio, il teatro non si è riempito. Peccato: chi c’era (e non eravamo comunque certo in pochi) ha applaudito con generosa convinzione.

Pubblicato il 9 aprile 2013 da Gli amici della musica

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