Il matrimonio segreto al Regio di Torino

130408_To_03_MatrimonioSegreto_Sestetto_phRamellaGianneseUn bel Matrimonio a Torino

servizio di Roberta Pedrotti

TORINO – Se pensiamo con Calvino che ogni rilettura di un classico sia una lettura di scoperta come la prima e che d’un classico ogni prima lettura sia in realtà una rilettura, allora non possiamo non ribadire per il Matrimonio segreto lo status di classico che già, più semplicemente, gli accorderebbero storia e critica. Ad ogni ascolto si dipana con freschezza lasciandosi scoprire con immutato stupore e pari naturalezza, ma pure risveglia insieme con le memorie degli ascolti precedenti, e persino più di queste, le suggestioni letterarie di quei versi citati in corsivo nelle pagine di Stendhal, di quei caratteri e quei modi che si rinnoveranno poi in tanti capolavori segnando una tappa fondamentale nello sviluppo dell’opera buffa. Condivide con Le nozze di Figaro, sorellastra maggiore di sei anni, gli intrighi e gli equivoci notturni del finale, presterà all’Ottocento il modello dei grandi duetti fra buffi e il più nobile esempio di una fabula per molti versi archetipica (similmente alla Scala di seta o alla Cambiale di matrimonio, per restare in ambito rossiniano, ma che arriverà almeno agli intrecci matrimoniali fra nobili e arricchiti nel Giorno di regno verdiano).

Tuttavia, nel suo apparire sempre familiare, nella sua apparente ed esemplare semplicità, non somiglia a nessun’altra opera. Il matrimonio segreto è un modello d’equilibrio per la commedia in musica che si serve di caratteri tipici (amorosi, mercanti ambiziosi, fanciulle borghesi a caccia di titolati e i titolati a caccia di nozze convenienti, ricche dame vogliose) per conferire loro, con sfumature pastello, affettuosi tratti di reale umanità. Non le sconviene, dunque, la rassicurante cornice settecentesca pensata da Jan Schlubach, né gli eleganti costumi d’epoca di Martin Rupprecht, con i loro delicati toni neutri.

È un bello spettacolo quello che il Regio di Torino produsse nel 2000 e riprende ora con un cast completamente rinnovato, ma ha un ché di anacronistico, e non – sia chiaro – per l’ambientazione rococò, quanto piuttosto per la regia di Michael Hampe, che ci ricorda come si faceva l’opera buffa almeno trent’anni fa, sulla scia della grande rivoluzione ponnelliana. Ma se Ponnelle possedeva il talento divino di fare grande teatro partendo dal ritmo musicale, molti suoi epigoni e contemporanei si sono limitati a gestire l’azione fra mossette e passi di danza. Lo spettacolo è bello da vedere, ma, nel 2013, non dice nello scavo del personaggio e nello sviluppo della recitazione quanto potrebbe con una compagnia fresca e teatralmente affiatata come questa.
In particolare, per quanto riguarda Don Geronimo, è evidente come la produzione fosse modellata sulla personalità di Enzo Dara, in una delle sue ultime performance e all’ultima esibizione al Regio, teatro cui la sua carriera è stata legatissima. Oggi Paolo Bordogna è un cantante e un attore affatto differente dal suo predecessore e lo iato è evidente, anche se colmato dall’intelligenza dell’artista che riesce a far emergere i tratti del suo Geronimo, una sorta di ironico Scrooge cui non è possibile, però, nascondere umane debolezze e sentimenti sinceri, come quando si vede costretto a rinchiudere Carolina in convento.

Validissimo contraltare comico è il conte Robinson di Roberto De Candia, in ottima forma vocale, attore disinvolto e arguto nel disegnare un nobile gaudente e sicuro di sé, suscitando simpatia senza calcare il pedale della facile comicità. Più pallido il Paolino di Emanuele D’Aguanno, che avrebbe voce e figura perfette per questo ruolo, ma tecnica non sufficientemente forbita per conferire al proprio canto tutta la morbidezza e i colori che si auspicherebbero. Nel buon terzetto femminile emerge Chiara Amarù, una giovanissima che da promessa sembra destinata ad affermarsi come conferma sempre più convincente: la sua Fidalma è spassosa senza mai scivolare nella caricatura, ma sfruttando con gusto tutte le occasioni offerte dalla musica e dal libretto, che serve con dizione limpida, bel fraseggio ed emissione impeccabile. Alla dolce Carolina si confà la giovane figura di Barbara Bargnesi, con i suoi tratti morbidi in contrasto con la bionda e asciutta Elisetta di Erika Grimaldi: due belle ragazze differenti come i loro caratteri e il loro canto, tenero e sfumato in un caso, squillante e piccante nell’altro. Doverosamente citati il fortepiano di Giulio Laguzzi e la ripresa della regia a cura di Vittorio Borrelli, apprezziamo ancora una volta la duttilità dell’orchestra del Regio nell’affrontare diversi repertori, meritando lodi, in pochi mesi da Wagner a Giordano, da Verdi a Mozart e Cimarosa. Questa volta li guida il giovane Francesco Pasqualetti con gesto preciso ed equilibrato, ottima gestione complessiva della trama musicale cimarosiana. Latita ancora un po’ la personalità, come il coraggio di più decise scelte stilistiche, ma potranno venire con il tempo: già ora un’esecuzione corretta e nitida, una compagnia che si esprime al meglio e in perfetta armonia, un buon rapporto fra buca e palcoscenico son pregi non comuni e degni del massimo rispetto. Il successo è difatti franco e festoso, ben ripartito fra gli artisti secondo giustizia da un teatro, se non esaurito, decisamente affollato.

Pubblicato il 9 aprile 2013 da Gli amici della musica

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