Michele Mariotti dirige il Requiem di Verdi a Bologna

130408_Bo_01_Requiem_01_phRoccoCasaluciRequiem di Verdi come nessun altro

servizio di Roberta Pedrotti

BOLOGNA – La musica, si sa, esiste nel momento in cui viene eseguita e interpretata. Anche un dipinto, un’opera plastica, letteraria o cinematografica ha senso nel momento in cui viene osservata e fruita da altri, ma rimane sempre uguale a sé stessa, resta una materia fissa e le variabili si concentrano nella mente e nei sensi dell’interlocutore , nelle condizioni in cui si rapporta a essa. Viceversa, per la musica, il testo scritto non è che uno strumento per l’effettiva concretizzazione dell’opera, che non sarebbe possibile senza un ulteriore medium umano e quindi mai uguale a se stesso. Con il teatro, la musica è l’unica delle arti ad avere una congenita dipendenza da due incognite variabili e la virtù dell’interprete esecutore è per l’appunto quella di imprimere il sigillo dell’unicità a ogni performance senza mai tradire l’identità dell’opera.
Quello che abbiamo ascoltato a Bologna lo scorso 29 marzo è stato un Requiem di Verdi che non somigliava a nessun altro, ma rimaneva fedele a se stesso. A due giorni dalla trionfale – una volta tanto è il caso di dirlo – tournée russa per il Rostropovich Festival in memoria di Galina Višnevskaja, recentemente scomparsa, Michele Mariotti e i complessi del Comunale presentano al pubblico felsineo il grande capolavoro sacro verdiano. Capolavoro sacro in senso universale, perché il suo significato più profondo prescinde dalla fede e dalle dottrine e proprio nella ricorrenza del Venerdì Santo ci ricorda non tanto la celebrazione cristiana della Passione, quanto il sentimento umano del dolore e della speranza, al di là del credo individuale. Anzi, quali che siano le nostre convinzioni, ascoltando questo Requiem si finisce per aderire con commozione ai versi liturgici e della sequenza funebre. Mariotti dà vita a quella “atmosfera morale” con la quale Rossini – secondo la testimonianza di Zanolini che ci piace pensare veritiera – identificava la musica, facendo della preghiera degli uomini l’espressione del “destino che li persegue” e della “speranza che li anima”, del riecheggiare ciclico del Dies irae “l’abisso in cui sono per cadere”.

Già dalle prime note del Requiem et Kyrie è evidente la dimensione belcantista in senso lato di questo Requiem, ovvero non la ricerca della mera bellezza del suono, ma l’espressione dell’atmosfera morale attraverso il senso del melos, del canto, attraverso il nitore di ogni voce umana o strumentale in un discorso legato, tutto giocato sulle dinamiche, su un continuo, fluidissimo, trasecolorare di sfumature e intensità: la parola, più che semplicemente detta, è espressa in tutta la sua ampiezza semantica dalle infinite possibilità e declinazioni dell’ars musica, dell’interpretazione di un solo testo. Il pathos rapinoso del Lacrymosa consiste proprio nell’identità fra forma e significato, fra nitore esecutivo e, quindi, pura espressione.
Mariotti costruisce una drammaturgia, ma non fa del Requiem un melodramma, bensì ne coglie l’essenza più profonda lavorando sul rapporto dialettico fra terrore, speranza, pietà e abisso e sulla sua traduzione o, meglio, incarnazione in suono. La sua concertazione si rivela perfino miracolosa in rapporto alle voci, come nel caso di Aquiles Machado: già buon tenore lirico nonostante qualche imperfezione tecnica nella salita all’acuto, oggi dedito a un repertorio più spinto che non riusciamo a vedere pienamente aderente ai suoi mezzi, messi ad ardua prova, come farebbe intuire quella mezzavoce decisamente eterodossa, che tuttavia risponde alle sollecitazioni di Mariotti realizzando un Ingemisco e unHostias di sorprendente poesia, fraseggiato con rara finezza. Tatiana Serjan, giunta all’ultimo momento a sostituire le indisposte Barbara Frittoli (a Mosca) e Radostina Nikolaeva (a Bologna), si attiene scrupolosamente e con profitto al gesto affettuoso e attento del direttore. Un po’ di comprensibile stanchezza nel Libera me finale è comunque compensata dall’intima partecipazione e dall’eccezionalità del contesto, nel quale si distingue – al fianco anche del corretto e promettente quantunque ancora un po’ acerbo Sergey Artamonov – soprattutto Veronica Simeoni, cantante e musicista di classe e ottima scuola. Forse le frasi più gravi e perentorie del Liber scriptus attendono una più completa maturità vocale, ma l’attacco del Lux aeterna è di rara bellezza e conferma, come l’assolo precedente, non solo le doti di questa giovane, ma anche l’intelligenza con cui le amministra in un cimento tanto impegnativo. Quel che più conta alla fine è però la perfetta amalgama fra i solisti, il mirabile equilibrio di tutta l’esecuzione: mai una voce prevarica l’altra, ogni accento e ogni dettaglio è amorevolmente curato e inserito in un’unica arcata poetica e drammatica, mai un forte è eccessivo, mai un piano flebile o un diminuendo lezioso. Anzi, l’energia perfettamente calibrata del Dies iraeimpressiona appunto per il suo essere etimologicamente con-corde con l’uditorio, giacché i colpi di timpano sembrano risuonare in consonanza fisica con il miocardio, con valvole, atrî e venticoli. Proprio attraverso il filtro raffinato del pensiero, di una lettura stilisticamente ricercata e ricondotta alla radice belcantista dell’espressione in musica, l’esperienza della performance mantiene e vivifica tutta la sua componente concreta, materiale, corporea, la sua ineffabile unicità di spirito tangibile in una dimensione spaziale chiaramente percepibile ma anche inafferrabile. L’aspetto liturgico e confessionale non è svilito, ma passa piuttosto in secondo piano, elevato e trasfigurato in un messaggio artistico universale, morale più che religioso, umano più che divino. Poetico, ispirato, vibrante, illuminato in ogni sua piega, cangiante di chiaroscuri è un Requiem che non assomiglia a nessun altro se non a se stesso in virtù della crescente maturità di Mariotti nell’unire analisi e sintesi, melos e dramma, carne e pensiero. Dire poi che con il quartetto solista lo seguano alla perfezione, in sublime comunione d’intenti, orchestra e coro in forma più che smagliante e che il pubblico dopo alcuni interminabili secondi d’irreale silenzio si sciolga in un’ovazione incandescente e liberatorio parrebbe quasi superfluo, quasi fosse una conseguenza naturale. E pazienza se il Manzoni non ha la stessa acustica e la stessa suggestione della sala grande del Conservatorio di Mosca, serate come queste segnano comunque nell’anima. Poter dire “Io c’ero” vale più di mille impeccabili ascolti d’impeccabili incisioni.

Pubblicato il 9 aprile 2013 da Gli amici della musica

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