Maria Callas canta Verdi

Callas ogni ascolto una riscoperta

recensione di Roberta Pedrotti
Dvd_UnGiornoDiRegno

Maria Callas sings Verdi
Orchestra e coro del Teatro alla Scala di Milano
direttori Tullio Serafin, Antonino Votto, Herbert von Karajan
registrazioni in studio 1954/55/56, Dynamic Historical Series, CDS 668, 2012
Siamo, a quasi trentasei anni dalla scomparsa, ancora a parlare di Maria Callas, anche per registrazioni non inedite, riproposte in un unico CD da Dynamic in occasione del bicentenario verdiano. Che resta da dire dunque della Callas e del suo approccio a Verdi? Paradossalmente nulla e moltissimo. Nulla perché di fronte al solo nome del soprano greco americano sembra che già sia stato detto tutto, analizzata ogni nota, ogni registrazione, ogni cronaca, ogni parola, ogni aspetto pubblico o privato. Vale ancora ripetere l’eccezionalità di una voce che di per sé non aveva null’altro che l’essere unica e irregolare, ma che fu strumento impareggiabile di un’artista rivoluzionaria per disciplina musicale e istinto teatrale? Eppure proprio questa inquieta peculiarità a rendere ogni ascolto una riscoperta e una lezione d’intelligenza interpretativa.Il grande errore comune e ricorrente risiede infatti nell’imitazione dei risultati dell’artista mitico e nella sua venerazione assoluta. Ma quel che conta e fa grande la Callas non è nemmeno la tecnica di per sé, nemmeno la riscoperta belcanto, che per quanto latitante dal repertorio consueto persisteva comunque nella scuola della Marchesi e della Marchisio (il contralto che commosse Rossini e formò Rosa Raisa, la prima Turandot, e Toti Dal Monte): è la totale dedizione alla musica, lo studio minuzioso nota per nota d’ogni inflessione per poi ottenere una sintesi espressiva compiuta. Profondamente pensata nel dettaglio, eppure naturalissima e consequenziale, quasi fosse spontanea, perché se per l’interprete il fraseggio è frutto d’un lungo studio, per il personaggio quella deve essere semplicemente il suo inevitabile modo di essere.
Si ascoltano arie dalla Forza del destino, da Un ballo in maschera, Rigoletto, Il trovatore e Aida: un campionario di figure femminili che va dalla candida adolescenza di Gilda alla crisi di Amelia, moglie e madre innamorata di un altro uomo, passando per i tormenti fatali delle due Leonore e di Aida. Solo Amelia sopravvivrà, ma per tutte quante l’amore sarà infelice, contrastato da vari affetti e sfocerà nel sangue, eppure  non c’è identità fra queste donne; e ciascuna ha una sua propria, singolare verità. Maria Callas ci insegna come possano sfuggire allo stereotipo e distinguersi per la propria storia e personalità. Ascoltiamo “Caro nome” e non ci soffermiamo sulla pura qualità vocale – qualche tensione e oscillazione in acuto è evidente, ma il senso del legato, della parola e della dinamica lo fanno dimenticare – ma sulla capacità di inventare un colore né infantile né maturo, un timbro di fanciulla innocente che pure sente i primi sussulti sensuali e sarà pronta di lì a poco all’estremo sacrificio. L’aria non è fine a se stessa, un episodio chiuso, ma anche all’ascolto isolato è chiaramente percepibile come momento di un’evoluzione, di un percorso in cui sono ben chiari cause e conseguenze. Viene, insomma, analizzato e rappresentato il mondo di Gilda, come di Amelia, di Aida, delle due Leonore, concentrato in un momento che è quel preciso e unico momento: l’innamoramento, il dubbio, l’attesa, ma non di una donna qualunque, di quella determinata donna, che è cresciuta isolata dal mondo o libera fra le foreste imbalsamate, che è fuggita dalla vendetta di un fratello o vive con un marito amandone il migliore amico, che freme in schiavitù o attende l’amore di un uomo soffocata da quello di un padre. Nel dar voce, corpo e anima a questi istanti riesce meglio d’ogni trattato a dirci perché, inevitabilmente, Verdi ha scritto quelle note, quelle dinamiche, quelle legature o quegli abbellimenti per quelle parole, per quelle situazioni. Nulla manca, nulla è di troppo.
Non è una questione di specifico colore vocale, ma di capacità di dare colore ad una voce; non è la chimera del soprano verdiano assoluto, ma l’intelligenza di affrontare parti diversissime da musicisti e da artisti veri. Il comune denominatore di queste registrazioni e quel che in fondo, a dispetto del trascorrere del tempo, ci tiene incollati alla sedia anche all’ennesimo ascolto è proprio il senso sovrano del legato, la capacità di concepire il canto come un’unica arcata che però non risulta mai omogenea o uguale a se stessa, bensì sempre rigenerata da un inesausto e rinnovato palpito espressivo che la rende unica e irripetibile.
Il lascito più importante per i posteri sarà dunque l’esempio del metodo, dell’approccio alla partitura, per cui solo con la disciplina, senza effetti esteriori, si può comprendere che il languore di Gilda non può e non deve essere espresso al pari di quello di Amelia che prega nell’orrido campo o implora un ultimo abbraccio al figlioletto, di quello di Leonora che cerca invano pace nell’eremo inaccessibile. Né in Verdi né in nessun altro autore, nemmeno quando si parla di poetica degli affetti, è possibile procedere per formule e stereotipi emotivi, ma ogni sentimento e ogni espressione va contestualizzata in un mondo musicale e drammaturgico.
È per questo che stiamo ancora ad ascoltare la Callas a bocca aperta, non perché la sua voce avesse un colore unico, ma perché lei rendeva il suo canto unico; non perché avesse una tecnica fantasmagorica, ma perché quella tecnica era posta al servizio della musica e del dramma; non perché ebbe una vita tragica e romanzesca, ma perché non mancò mai lo scrupoloso perfezionismo nel dar vita ad ogni nota. Seguire il suo esempio per un cantante non significa imitarla, ma applicare il suo metodo con la propria personalità, la propria voce, il proprio repertorio. Per il pubblico significa ascoltare la musica con rispetto, senza scinderla dal teatro e senza scambiarla con un gesto atletico, un’espressione esteriore o stereotipata.

Pubblicata il 15 aprile 2013 da Gli amici della musica

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