25 aprile, festa della polis, festa della politica nobile

Arnold_Schoenberg_'The_Red_Look'_-_Kandinsky_1910Il 25 aprile è una festa politica, perché è la festa della polis, della comunità nazionale, della nostra identità collettiva. È politica nel senso più alto del termine, di unione, solidarietà, impegno per il bene comune. Non è una festa di partito perché l’etimologia la direbbe festa di divisione, di una parte sola, mentre  il 25 aprile è la festa di tutte le forze che hanno fatto la Resistenza e di tutte le anime della nostra Democrazia. Chi non condivide l’antifascismo non fa parte dell’Italia, delle sue istituzioni, della sua costituzione, della democrazia, non li rispetta. L’antifascismo è un dovere civico, è la condizione naturale di un paese democratico e civile.

Il nostro problema è semmai che il paese non ha ancora saputo raccogliere con piena maturità e consapevolezza quell’eredità. Siamo ancora una democrazia giovane e fragile. Ma come credevano i giovani idealisti che centocinquant’anni fa fecero l’Unità, così credevano coloro che settant’anni fa diedero il sangue per completare l’opera e dar vita a una Repubblica che avesse una delle più belle costituzioni al mondo.

C’era una parte giusta e c’era una parte sbagliata. Ha vinto la parte giusta, e ogni giorno dobbiamo rendere onore a chi si è sacrificato per questi valori. Il 25 aprile è vivo nei ragazzi delle scuole che oggi hanno manifestato con chi nel ’45 era presente. È vivo nelle parole dei martiri e dei reduci della Resistenza, partigiani, staffette, membri dell’esercito di liberazione nazionale. Nel ricordo che abbiamo il dovere di tramandare dai racconti dei nostri nonni, di quei ragazzi, uomini, donne, eroi ed eroine.

Lettere di condannati a morte della Resistenza (link per approfondimenti; link per ascoltare altre lettere)

Parma, 4.5.1944
Cari compagni,
ora tocca a noi.
Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d’Italia.
Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella.
Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile.
Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care.
La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio.
Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.

Cara mamma e cari tutti,
purtroppo il Destino ha scelto me e altri disgraziati per sfogare la rabbia fascista. Non preoccupatevi tanto e rassegnatevi al più presto della mia perdita.
Io sono calmo.
Vostro
Giordano (18 anni)

3 aprile 1944

Gianna, figlia mia adorata,
è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te.
Sarò fucilato all’alba per un ideale, per una fede che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno. Non piangere mai per la mia mancanza, come non ho mai pianto io: il tuo Babbo non morrà mai. Egli ti guarderà, ti proteggerà ugualmente. Ti vorrà sempre tutto l’infinito bene che ti vuole ora e che ti ha sempre voluto fin da quando ti sentì vivere nelle viscere di tua Madre. So di non morire, anche perché la tua Mamma sarà per te anche il tuo Babbo. Quel tuo Babbo al quale vuoi tanto bene, quel tuo Babbo che vuoi tutto tuo, solo per te e del quale sei tanto gelosa.
Riversa su tua madre tutto il bene che vuoi a lui. Ella ti vorrà anche tutto il mio bene, ti curerà anche per me, ti coprirà dei miei baci e delle mie tenerezze.
Sapessi quante cose vorrei dirti, ma mentre scrivo il mio pensiero corre, galoppa nel tempo futuro che per te sarà, deve essere felice. Ma non importa che io ti dica tutto ora, te lo dirò sempre, di volta in volta, colla bocca di tua Madre nel cui cuore entrerà la mia anima intera, quando lascierà il mio cuore.
Tua Madre resti sempre per te al di sopra di tutto. Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre.

Tuo Babbo (Paolo Braccini, 36 anni)

(Biglietti inviati clandestinamente alla moglie)
La mia camera è di m. 1,30 per 2,60. Siamo in due, non vi è altra luce che quella riflessa da una lampadina elettrica del corridoio antistante, accesa tutto il giorno. Il fisico comincia ad andare veramente giù e questa settimana di denutrizione ha dato il colpo di grazia. Il trattamento fattomi non è stato davvero da “gentlemen”. Definito “delinquente” sono stato minacciato di fucilazione e percosso, come del resto è abitudine di questa casa: botte a volontà.

4 marzo 1944

I giorni passano, e, oggi 47° credevo proprio che fosse quello buono, e invece ancora non ci siamo. Per conto mio non ci faccio caso e sono molto tranquillo e sereno, tengo su gli umori di 35 ospiti di sole quattro camere con barzellette, pernacchioni (scusa la parola ma è quella che è) e buon umore. Unisco una piantina di qui per ogni evenienza e perché, a mezzo del latore, quest’altra settimana me la rimandi completata. Penso la sera in cui mi dettero 24 nerbate sotto la pianta dei piedi nonché varie scudisciate in parti molli, e cazzotti di vario genere. Io non ho dato loro la soddisfazione di un lamento, solo alla 24esima nerbata risposi con un pernacchione che fece restare i tre manigoldi come tre autentici frssi. (Quel pernacchione della 24esima frustata fu un poema! Via Tasso ne tremò ed al fustigatore cadde di mano il nerbo. Che risate! Mi costò tuttavia una scarica ritardata di cazzotti). Quello che più pesa qui è la mancanza di aria. Io mangio molto poco altrimenti farei male e perderei la lucidità di mente e di spirito che invece qui occorre avere in ogni istante.

(Ultimo messaggio, scritto sul muro della cella di via Tasso).
Quando il tuo corpo
Non sarà più, il tuo
spirito sarà ancora più
vivo nel ricordo di
chi resta – Fa’ che
possa essere sempre
di esempio

Sabato Martelli Castaldi, 47 anni, trucidato alle Fosse Ardeatine

15 agosto 1944

Carissimi bambini,
come vedete questa mia lettera è proprio tutta per voi e sarà scritta in modo che dovrete indovinare la città di dove è scritta. Al mio ritorno vi sarà un premio per chi avrà indovinato. Anzitutto però vi dico che sto benissimo in salute in questa bella città di origine romana, circondata da tanti monti ricchi di colori, di boschi, di prati. Un poco più lontano si ergono al cielo delle massicce guglie di roccia, e non molto distante un’altra catena di monti che ogni tanto prende un colore caratteristico dal quale ha preso il nome… sto dicendovi troppo, è vero, vi siete già orientati ed avete già indovinato la città? No? E allora completo con un’ultima indicazione. Il colore di quella montagna ha una sua leggenda che voi conoscete, che vi ho raccontato altre volte. Ed ora basta… se no il premio devo tenerlo io non vi pare? D’accordo, a condizione che la Mamma non vi aiuti, o che Olga non vada a frugare tra i libri del babbo.
Dovete indovinare da soli e specialmente per i più grandi è facile… anzi facilissimo ché uno o due di loro vi furono mi pare qualche tempo fa.
Quale sarà il premio? Porterò con me un sacco grande pieno di… curiosi… pieno di… lo vedrete, e da quello sceglierò. E’ inteso che Carla, Gianna e Paola avranno il premio anche se non avranno indovinato. Saluti e baci a tutti

Zio Barba  (Odoardo Focherini, 37 anni)

Cara Parisina,
sono per partire campo concentramento: Dio mi aiuti, almeno avessi avuto l’indirizzo di Alvis, ma non importa, avanti sempre è andare bene sen’altro. Spero poter aver forza e lottare. Ho gran pensiero per voi, per i bombardamenti, Dio ci aiuti tutti.
Quando ci rivedremo, parleremo di tutto e vedrai che la testa mi ha servito, avrò ora due nemici: il freddo e la fame, non sono da meno di quelli che potevo avere qui, ma li preferisco. Mia cara Pereso in quest’ora suprema ti dico tutta la mia riconoscenza per tutto. Tornerò certo ma nel caso, tu sai tutto quindi farai bene, le cose mie sono di Giuggi, vorrei che finisse gli studi, a te e alle altre sorelle il ricordo che gradite, spero che tu potrai restare vicina a Giuggi molto a lungo, ma tutto questo è superfluo io tornerò ad abbracciare tutti voi miei carissimi, io scrivo in fretta in una grande confusione non ho gran tempo, dirai alla mamma il mio grande affetto, il mio grande dolore, il babbo è sempre davanti ai miei occhi. Insomma mia cara debbo tralasciare non posso più continuare ti abbraccio, vi stringo tutti al cuore, dì grazie al papà ed alla mamma, io penso a tutto e tutti vi ho nel cuore.

M. (Maria Lazzari, 41 anni, deportata a Bergen Belsen)

17 gennaio

Sono sicuro che oggi
sarà il mio ultimo
giorno di vita.
Non mi importa
di morire.

19 gennaio

Ho avuto un interrogatorio terrificante sembravano tre bestie, De Sanctis voleva sapere moltissime cose sul conto dello zio Mario, sul conto di papà offendendone l’onore di uomo e di soldato. Risposi dicendo che loro non erano degni di nominarlo. Ricevetti due schiaffi: I più belli della mia vita. Volevano poi sapere se la signora Teresa Maffei desse a te denari per i nostri partigiani e se tu mamma collaborassi con loro.

6 febbraio

Gatto e Mario mi
hanno detto che non
hanno paura di morire
e che fino in
ultimo terranno alta
la loro fede

Ludovico Ticchioni, 17 anni

Dopo un mese che mi trovavo detenuto in una discreta stanza del Castello per essere curato dalle ferite, il giorno 25 febbraio fui portato in una cella del torrione “La Mirabella”. Non è molto brutta e nemmeno eccessivamente buia, ma l’impressione che produce nel dovervi entrare per la prima volta attraverso un andito buio, il vederla assicurata da due robuste porte ferrate, la forma quasi circolare, il soffitto a cupola, grossi anelli di ferro infissi nel basso delle pareti, una piccola e bassa finestra con doppia inferriata, per guardare dalla quale bisogna stare ginocchioni, produce nel malcapitato che per la prima volta ne varca la soglia, l’impressione opprimente di chi entra in una tomba.
Le pareti si possono dire istoriate; molti nomi sottolineati da una lunga fila di piccoli tratti verticali tanti quanti furono i giorni passati nella cella. Non mancano i versi più o meno poetici, ma tutti accusano un dolore, cui, impotenti, vorrebbero ribellarsi.
Nella stessa torre fu ospite Tito Speri; nella stessa cella, fra i molti ribelli, il Colonnello Lorenzini di cui ero amico. Scorsi subito il suo nome sotto una grande testa di Cristo incoronata di spine, probabilmente opera dello stesso. Non so perché, ma mi venne istintivo di scrivere subito, sotto il suo nome, il mio. Forse in quel momento sentivo che l’avrei seguito. Quanti pensieri in quel giorno; mi sembrava che ogni pezzetto di parete, quei grossi anelli, tutti quei nomi avessero una storia loro da comunicare, e fu così, forse portato dai molti versi letti ai muri, mi vennero spontanee le poche rime che trascrivo. Non hanno nessun valore poetico, ma, quando non sarò più, voglio che le tenga mia mamma a ricordo delle mie impressioni prime su una cella ove ebbi, fra le mplte consolazioni, le carezze dello scudiscio tedesco, e ove attendo, sempre sereno e tranquillo però, che si compia il mio ultimo destino, secondo la sentenza lettami ieri alle ore 16 e 30: la morte.

G. Cappellini (36 anni)

Venerdì 23-3-945

Carissimo papà,

sentendo ormai prossima la mia fine il mio pensiero corre affettuosamente e dolorosamente a voi. So di darvi un dolore grande; il vostro indefesso lavoro, i vostri continui sacrifici, le vostre cure premurose che avete avuto per me in modo speciale di fronte agli altri figli, non meritavano certo tale ricompensa. Vi ho già dato in questi ultimi anni altri dolori, vi ho causato già tante pene non corrispondendo ai vostri giusti voleri. Perdonatemi.
Dall’aldilà, dal cielo in cui spero di entrare dopo essermi purificato dalla macchia delle mie colpe, veglierò su di voi, pregherò Dio di darvi la grazia della santa completa rassegnazione ai suoi imperscrutabili disegni. E solo in Dio troverete questa forza. Vi parlo in nome di quei principi che mi sono stati inculcati negli anni della mia educazione, principi dai quali purtroppo mi sono tante volte allontanato, ma che però ho sempre riconosciuto, ed ora più che mai riconosco, principi unici di verità. La nostra vita vera non è la terrena, questo è solo uno stadio preparatorio che Dio c’impone, dotandoci di libero arbitrio e facendoci conoscere la Sua divina legge. Il grado di osservanza di questa deciderà del premio o del castigo, deciderà dell’ammissione o meno a godere della eterna beatitudine. Iddio è buono con noi, ci dà un grande mezzo per ritornare a Lui, ci perdona, se ne siamo realmente pentiti, tutte le offese che gli abbiamo arrecato rimanendo insensibili di fronte alla sua Autorità e non rendendogli quegli onori che solo a Lui, Padrone Assoluto, devono essere indirizzati. Ascoltate, papà, questa sua voce, fatelo in mia memoria. Muoio contento, sicuro che corrisponderete al Divino richiamo, sicuro che nella nostra famiglia rialeggerà quel palpito d’amore che deve tenere riuniti tutti i suoi membri.
Assistete la mamma: povera mamma, oltre al gran dolore della mia perdita, ha ora quello di Idilia lontana; e saranno finite le sue pene? Accettatele comunque dalla mano di Dio e rassegnatevi tutti a Liui.
Addio , papà, perdonami, baciami Lino e collocalo al mio posto nel tuo cuore.

Il tuo Zeffirino (18 anni)

Edolo 8.11.1944 – ore 13

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...