Mariella Devia è Norma a Bologna

Michele Mariotti offre un perfetto equilibrio fra analisi e sintesi e fa respirare il belcanto

Norma che Devia sublime!

servizio di Roberta Pedrotti

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BOLOGNA – Norma e Turandot sono le opere in cui, più che in ogni altra, l’ingresso della protagonista è preparato, atteso, solenne. L’aspettativa monta, di scena in scena, il coro l’annuncia, si propaga il silenzio che faccia spazio alla voce. Norma e Turandot sono i fulcri sacri dell’azione, il loro ingresso in scena un’epifania, l’incarnazione dell’idea e del mito della primadonna e ciascuno se ne è formato una propria idea di perfezione dalla quale difficilmente può derogare, venerandola con devozione. Ma un grande personaggio non deve mai essere quello che ci aspettiamo: è uno come il testo da cui prende vita, nessuno di quelli che potremmo prevedere, è molteplice come diecimila diversi artisti che gli prestino corpo e voce. Mentre Mariella Devia sta per intonare, finalmente, il suo primo “Sediziose voci” in recita e pendiamo dalle sue labbra con il fiato sospeso, siamo ingenuamente convinti si sapere cosa avverrà, e ci figuriamo la grande belcantista dipanare filati, acuti, legature e agilità con tecnica sublime, offrirci una Norma astrale, ma capace d’intimi ripiegamenti. L’intelligenza musicale e teatrale della Devia ha fatto molto di più, ha fatto altro: ha ricreato se stessa e la sacerdotessa d’Irminsul fuori da ogni cliché, fedele solo a Bellini, a Romani, al principio dell’espressione attraverso il canto e fondata sulla parola. La lezione del Garcia imponeva la massima padronanza della voce in ogni gradazione dinamica, cromatica e virtuosistica per poi applicarla con un minuzioso studio al testo, creando un imprescindibile rapporto d’identità: il soprano ligure lavora dunque sul senso di ogni frase, sulla perfetta articolazione d’ogni fonema come inscindibile dal melos belliniano, che difatti non viene piegato a un’accentazione scolpita come si suole intendere – non a torto – lo stile tragico, ma fuso con il significato, inscindibile dal significante. Tutto è canto, misuratissimo, che non cede alla tentazione di puntature che ossequierebbero le ascendenze leggere della Devia. Il soprano si concentra credibilmente su una tessitura che le si sarebbe detta scomoda senza mai che una nota suoni falsa o forzata, servendola invece con gusto e musicalità sopraffina anche in virtù di una vocalità che non si è appesantita, né si è vista costretta a inopportune “maturazioni” verso repertori più spinti, ma che semplicemente rimanendo nel suo ambito d’elezione ha visto rendersi più denso il colore, sempre più rifinito il fraseggio.

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Conoscendo i diversi stili contemplati dal belcanto sa che al malinconico a parte di “Ah bello a me ritorna”, ancora ignaro del tradimento consumato, si addice più un dolce canto di maniera, non di forza né di sbalzo, come invece sarebbe in altri passi più accesi, nei quali con intelligenza la Devia fa valere, se non una coloratura granitica e una vocalità imperiosa, il mordente dell’articolazione, la capacità d’insinuare la frase con la perfidia che già avevamo riconosciuto alla sua Borgia. Una rabbia e una perfidia che montano gradualmente, ben motivate dall’evolversi dei fatti, sfogate, soffocate, metabolizzate. “In mia man alfin tu sei” non tuona altero, è sibilato serpentino, consapevole del proprio potere ma anche del fatto che quel colloquio deve rimanere segreto, consapevole del ricatto che sta trattando pesando ogni parola. D’altra parte, il punto di forza di questa Norma è proprio quello di non puntare esteriormente ad alcuni passi topici su cui si attendono al varco le interpreti e si giocano i confronti al vertice, di non ripetere ed emulare soluzioni altrui. No, Mariella Devia lavora con lo stesso cesello su ogni singolo recitativo, scava ogni piega della partitura per renderla come un’unica arcata, una costruzione compatta e coerente nella sua varietà di colori e sentimenti. Non manca mai di incisività, ogni dettaglio è ponderato con momenti di altissima intensità e suggestione, come tutta la scena finale. Molti sarebbero, in verità, gli esempi da citare per una lettura così accurata e sentita, che non pare mai studiata a tavolino con distacco, e tuttavia stupisce sempre per la formidabile rifinitura d’ogni dettaglio. Basti dire che la scommessa che fino a qualche anno fa pareva non si sarebbe mai concretizzata è stata vinta e che la Devia ha creato la sua, indimenticabile, Norma. Sua e di Bellini e Romani. Certo, tutto questo non sarebbe però stato possibile a tali livelli se la primadonna non avesse trovato l’alleanza, il sostegno e la guida preziosa della bacchetta. Se Mariella Devia avesse affrontato Norma con un qualunque accompagnatore accomodante e dozzinale, fatta salve la qualità prodigiose dell’artista, il risultato artistico non avrebbe potuto essere quello che ci ha offerto la collaborazione con Michele Mariotti. Musicista colto e artista profondo, il concertatore pesarese ha ormai trovato il perfetto equilibrio fra analisi e sintesi, sa far respirare il suo belcanto di trasparenze, leggerezza, purezza di linee formali, ma nello stesso tempo ne sa cogliere le inquietudini, le passioni frementi, il tragico incombente, il precipitare della catastrofe, il sublime della catarsi. La cura delle dinamiche, della simbiosi fra canto e orchestra è impressionante e spazza via ogni pregiudizio sulla scienza compositiva dei grandi operisti italiani. Basterebbe ascoltare gli accordi dei contrabbassi sull’ingresso di Pollione nel finale primo, la tensione presaga che li pervade mentre il suono gradualmente diminuisce per prendere le misure di una lettura che esalta la partitura di Norma, tornisce amorevolmente ogni coro, ogni marcia, ogni recitativo, freme senza prevaricare, attinge infine al sublime tragico in un finale trasfigurato. Non si scorda mai, soprattutto, d’essere direttore di un’opera teatrale, di lavorare con le voci per condurle all’interno di una sua lettura, di un proprio disegno unitario, preservando tuttavia le singole personalità, costruendo lo spettacolo insieme con loro, modellando su misura una concertazione che tuttavia non perde mai di personalità. Dimostra in maniera esemplare quale sia l’importanza fondamentale del podio nel belcanto e permette di esprimersi al meglio un cast che non potrebbe sembrare più equilibrato, realizzando una perfetta alchimia fra la voce della Devia e quella di Carmela Remigio, Adalgisa sopranile che ci fa finalmente intendere in teatro il valore della restituzione al registro originario della novizia del culto d’Irminsul. I timbri e i caratteri restano infatti perfettamente distinti e riconoscibili, tuttavia si fondono a meraviglia in un assieme dal gusto intrigante. Per quanto la parte possa avere effettivamente un baricentro piuttosto basso per un soprano puro, il colore che questo le conferisce serve in modo eccellente la psicologia e la scrittura di Adalgisa, soprattutto nella lettura che ne dà la Remigio, valorizzandone tutte le intemperanze e le incertezze adolescenziali: è timida, tenera, ma anche passionale, perfino audace. Non teme le frasi gravi né le salite al Do e con la Devia lavora accuratamente sui versi di Romani, sul valore d’ogni singola parola, senza che questo prenda mai il sopravvento sul senso del legato, sulla simbiosi fra musica e dramma, sull’intima comunione con un concetto di stile che è una filosofia del belcanto, più che un insieme di prescrizioni esecutive.
Altra questione chiarita con efficacia è che per quanto Pollione abbia tessitura prevalentemente centrale, a tratti baritenorile, sia un condottiero e un amante coinvolto in tragicissimi eventi non se ne debba fare un antesignano dell’Otello verdiano: l’equiparare le vocalità di Norma al tardo romanticismo è un fraintendimento non inferiore a quello di chi ricerca un belcanto esangue, privo di mordente ed espansione. Le esigenze musicali e drammatiche di un ruolo son cosa diversa dal peso specifico che orchestrazione e scrittura richiedono e quel che vale per la Devia vale in questo caso anche per Aquiles Machado, del quale possiamo non approvare alcuni approdi troppo spinti, ma non Pollione. Soprattutto in questo caso, quando, se la tecnica risulta eterodossa e non sempre convincente, la sensibilità di Mariotti sa guidarlo in una resa assolutamente pertinente del personaggio per colore, estensione, fraseggio. Non ci incresce il taglio della ripresa di “Me protegge, me difende”, se sull’altro piatto della bilancia pende un buon dosaggio delle energie del tenore per tutta la serata.

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All’Oroveso – piuttosto anonimo – di Sergey Artamonov spetta l’esecuzione per la prima volta in una rappresentazione italiana dell’aria che Richard Wagner compose in sostituzione di “Ah! Del Tebro al giogo indegno”, primizia filologica proposta da Marco Beghelli a interessante corollario delle celebrazioni wagneriane, che tuttavia non ha trovato spazio nel programma di sala, né ha raccolto l’attenzione di media e appassionati, comprensibilmente concentrati sul debutto della primadonna. L’aria, va detto, è di singolare bruttezza, priva di respiro e costrutto, grossolana per melodia e armonia, impacciata nell’accordarsi con la prosodia italiana, coronata dalla più vieta um-pa-pa musik. Questo goffo tentativo di composizione all’italiana non fa che esplicitare perfettamente il fraintendimento di molti intellettuali e artisti d’Oltralpe nei confronti delle forme del nostro melodramma: invero, quando Offenbach – o più tardi Stravinskij – ironizzano su concertati e cabalette dimostrano una comprensione ben più profonda e raffinata di quanto non faccia Wagner con più serie ambizioni. È il suo ammirare Bellini come alfiere del sorgivo puro canto mediterraneo e non come scaltrito compositore ben cosciente del proprio operato a celare un profondo malinteso, palesato all’ascolto di questa “Norma il predisse, o druidi”. Alena Sautier e Gianluca Floris completano adeguatamente il cast, Clotilde e Flavio partecipi e precisi; che il coro e l’orchestra si presentino in grande forma pare quasi superfluo ribadirlo, ricordando come hanno ben realizzato le sollecitazioni di Mariotti.
Naturalmente questa Norma aveva anche una regia, delle scene, dei costumi, delle luci, ma la gloria dell’allestimento risiede tutto nel nome di Mario Schifano, autore di una serie di declinazioni pittoriche della quercia d’Irminsul, leitmotiv visivo dello spettacolo, nell’essere stata l’ultima produzione del Teatro Petruzzelli prima dell’incendio e nell’aver fornito la cornice al debutto nel ruolo eponimo di Daniela Dessì nel 2008 e ora di Mariella Devia. Sarebbe un’innocua collocazione neoclassica con inserti d’arte moderna, anche adattissima alla lettura degli interpreti odierni, a tratti anche suggestiva, se si potessero evitare certe risibili composizioni riprese da David, se quattro vergini alunne non intervenissero a traslocare il salottino nel bel mezzo dell’ardente finale primo, se il coro non gesticolasse ininterrottamente a vuoto e si potesse rinunciare al kitsch del drappo dorato che evoca il rogo. La regia è di Federico Tiezzi, le scene di Pier Paolo Bisleri, i costumi di Giovanna Buzzi. Il pubblico li applaude: è una grande festa di belcanto, una produzione memorabile e nella sala esaurita da mesi per tutte le repliche, con un loggione straripante fin da ore antelucane e tante aspettative non sono state riposte invano. Il trionfo è totale, unanime, indiscusso e indiscutibile. Meritatissimo.

Pubblicato il 25 aprile 2013 da Gli amici della musica

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Una risposta a “Mariella Devia è Norma a Bologna

  1. Ciao! Vorrei solo dire un grazie enorme per le informazioni che avete condiviso in questo blog! Di sicur diverr un vostro fa accanito!

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