Adelaide di Borgogna con Pratt e Barcellona dal Rof al DVD

Adelaide di Borgogna in DVD

recensione di Roberta Pedrotti

Dvd_adelaide di borgognaG. Rossini – Adelaide di Borgogna
Pratt, Barcellona, Mihai, Ulivieri – direttore Dmitry Jurowski – regia Pier’Alli
Pesaro, Rossini Opera Festival, agosto 2011 – 2 DVD Arthaus, 101 646, 2013

Se si escludono Tancredi e Semiramide, l’opera seria rossiniana nata fuori da Napoli e Parigi ha goduto di fortune piuttosto esigue. Le partiture scritte per Milano e Venezia sviluppano un percorso parallelo – a tratti convergente – alla grande stagione partenopea soprattutto con Adelaide di Borgogna e Bianca e Falliero, legate in tempi moderni per lo più a fasti virtuosistici, alle aspettative destate, superate o deluse, da mirabolanti pagine per soprani, tenori e contralti. Eppure, se manca lo sperimentalismo formale di certi titoli napoletani e se è evidente che le orchestre non avevano le stesse potenzialità di quella del San Carlo (definita dallo stesso Rossini seconda solo a quella di Parigi), non si tratta di partiture prive d’interesse o di mero edonismo vocale. Meritano al contrario una maggiore attenzione quali dimostrazioni della profondità del pensiero teatrale rossiniano, di cui possiamo osservare lo sviluppo in contesti diversi, anche nel confrontarsi con una polarità antica – quella fra melodramma franco-partenopeo e lombardo-veneto – tanto variegata e dialettica, non solo per le mutevoli vicende dinastiche e i giochi d’alleanze che hanno di volta in volta determinato movimenti di opere e artisti.

La cornice apparentemente più conservativa nella forma, permette viceversa a Rossini di giocare sul doppio binario del dramma e del distacco ironico, della sublime astrazione e del pathos. La vicenda cavalleresca cristallizzata di Adelaide di Borgogna, nel suo procedere avventuroso e quasi fiabesco (la principessa insidiata, il principe che giunge in suo soccorso, gli inganni degli antagonisti, la vittoria finale coronata dal matrimonio), non rinuncia a una resa analitica e sottile dei rapporti politici e diplomatici, in particolare nel duetto “Vive Adelaide in pianto” fra Ottone e Adelberto. Nondimeno il tema dell’Italia vessata da un popolo oppressore anelando all’intervento liberatore di un sovrano straniero tornerà solo cinque anni dopo, con diversi attori (longobardi e franchi in luogo di franchi e germani) e spirito decisamente più pessimista, nell’Adelchi manzoniano. Le potenzialità drammatiche, oltre che musicali, dell’opera sono dunque ben più profonde di quanto un ascolto superficiale e concentrato su esiti spettacolari e non sostanziali del belcanto possa lasciar intendere. Fortunatamente, la prima edizione ufficiale in video – in CD la Fonit Cetra ci aveva dato il piacere di ascoltare la Devia e la Dupuy, mentre pochi anni fa Opera rara aveva affidato, con meno fortuna, i ruoli protagonistici alla Cullagh e alla Larmore – può contare per la coppia Adelaide/Ottone sull’eccellenza e sulla perfetta sintonia artistica di Jessica Pratt e Daniela Barcellona.

Adelaide è il tipico esempio di primadonna seria rossiniana di vocalità schiettamente sopranile favorito fuori Napoli, dove invece dominava la tragédienne Isabella Colbran, di tessitura più anfibia: la parte fu infatti creata da Elisabetta Manfredini, già prima Amira nel Ciro in Babilonia, Amenaide in Tancredi, Aldimira in Sigismondo. Regine e araldiche nobildonne perseguitate che sarebbe però errato associare all’immagine recenziore di soprano di coloratura come delicata fanciulla, vittima designata o piccante soubrette. Viceversa la coloratura cristallina e la disinvoltura nelle vette del pentagramma esprime, con l’accento, il tratto autorevole e aristocratico di personaggi che sono diretti eredi di tante classiche eroine settecentesche. Jessica Pratt coglie perfettamente quest’eredità e la peculiarità di questa scrittura con i suoi abbandoni già pienamente ottocenteschi e protoromantici. La coloratura è perfetta, mirabolante nel gioco fantasmagorico di variazioni e dinamiche, con effetti d’eco addirittura fosforescenti, ma nondimeno ricama in un legato incantevole tutte le increspature del canto patetico e s’impone con autorevolezza quando fronteggia Adelberto e Berengario, quando incita Ottone alla battaglia. Più che una principessa in pericolo, Jessica Pratt ci fa intendere una regina risoluta e perfino calcolatrice, consapevole del suo fascino e decisa a utilizzare tutte le armi, anche quelle della seduzione, per riconquistare il trono: l’amore per Ottone è sincero, ma non disgiunto dall’opportunità dell’alleanza. D’altra parte Daniela Barcellona sa incarnare pubblicamente l’autorità imperiale e la fierezza del condottiero, ma parimenti esprime nel privato il più tenero trasporto, il temperamento passionale del giovane eroe innamorato. L’ampiezza del canto è la perfetta traduzione della magnanimità di Ottone, nell’opera emblema della regalità idealizzata (l’impero celebrato da Dante nel De Monarchia più ancora della monarchia illuminata settecentesca); in ogni affetto la scrittura rossiniana è servita tenendo presente sempre il senso ultimo della frase, il momento drammatico, la psicologia del personaggio ed emerge così in tutta la sua forza. Quando cantano Pratt e Barcellona è una pura bellezza a farsi veicolo del dramma.

Se si esclude l’ottimo Berengario di Nicola Ulivieri il resto non è all’altezza di tali protagoniste. Bogdan Mihai fa, invero, figura migliore nel DVD di quanto non abbia fatto dal vivo, ma all’antagonista in amore e politica Adelberto – concepito per Savino Monelli, creatore anche del Giannetto della Gazza ladra e fratello Raffaele,altra vecchia conoscenza rossiniana – necessiterebbero in ben altra misura, oltre alla facilità in acuto, la capacità di sostenere il suono, di accentare e conferire mordente al fraseggio e alla coloratura a tutte le altezze. Anche l’attore manca della protervia e dell’arroganza che controbilancino poi la fragilità del figlio costretto a perdere l’amata per salvare il padre: le presenze e il carisma della Barcellona e della Pratt lo sovrastano senza che una spiccata personalità compensi l’aspetto mingherlino, enfatizzato da una gestualità fin troppo galante e leziosa. Non esaltanti Jeannette Fischer, Francesca Pierpaoli e Clemente Antonio Daliotti nei ruoli minori. Anche Dmitri Jurowski non brilla per fantasia, leggerezza e senso drammatico, limitandosi sostanzialmente ad accompagnare con qualche calo di tensione e senza colpi d’ala.

Risulta poi francamente stucchevole l’allestimento firmato in toto da Pier’Alli, con le solite geometrie, la solita gestualità stereotipata a fini puramente coreografici, la presenza invadente di proiezioni ridondanti che nella grafica computerizzata richiamano un’estetica televisiva o da videogame commerciale. Gli sembra sfuggire che il sorriso con cui spesso Rossini guarda ai suoi soggetti è il più delle volte amaro, segna un distacco doloroso e consapevole che non nega verità al dramma: marcarne l’ironia sulla scena è molto delicato e può risultare un errore controproducente che sfocia nel comico involontario, svilendo l’inquietante equilibrio fra realtà e finzione, fra distacco e partecipazione che permea tutto il teatro del Pesarese. La dimensione ambigua della drammaturgia musicale rossiniana cui si fa continuamente riferimento nelle interviste del bonus dietro le quinte non trova, insomma, convincente realizzazione in una produzione che resta nella memoria e merita d’essere conosciuta soprattutto per le prove di Pratt e Barcellona, che, con Ulivieri, uniscono un’interpretazione moderna, coinvolgente, profonda a una resa musicale impeccabile.

Lodiamo sempre l’accuratissima lista delle tracce, la qualità tecnica e grafica del prodotto Arthaus che si unisce alla sempre più ricca collana di documentazioni ufficiali in video dal Rossini Opera Festival.

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