Oberto torna alla Scala con Pertusi, Agresta, Ganassi, Sartori, Frizza e Martone

Applausi di stima per Oberto

servizio di Roberta Pedrotti
130507_Mi_03_Oberto_Insieme_phBrescia-ArmisanoMILANO – Oberto conte di San Bonifacio non è un capolavoro (e quante opere d’esordio, oltre Cavalleria rusticana, lo sono mai?), ma segna un debutto fulminante e fecondo. In primo luogo perché Verdi vi dimostra, a dispetto degli studi irregolari, la perizia e la preparazione dell’operista che ha perfettamente assorbito gli esiti più avanzati degli autori del suo tempo, il Donizetti maturo e Mercadante in primis, con tutte le forme e gli stilemi del melodramma romantico e protoromantico; in secondo luogo perché nell’adeguarvisi si mostra impaziente, inquieto, già proteso sulla strada di soluzioni ed evoluzioni personali. Il giovane aderisce a uno schema codificato non potendo ancora imprimere il sigillo della sua personalità, lo fa bene, dimostrando qualità e potenzialità, ma non può evitare che questi personaggi restino nelle sue mani, ancorché non privi di potenzialità, ancora stereotipati in un libretto dal versificare spesso involuto. Perché, le peculiarità, interessantissime quand’anche acerbe, dell’opera possano emergere è necessaria in primo luogo la guida attenta, convinta e stilisticamente avveduta del concertatore, cui devono rispondere gli artisti sul palco nel canto come in una coerente ed efficace resa teatrale. Oggi, nel bicentenario dell’autore, riproponendo Oberto alla Scala dove Verdi esordì nel 1839, queste esigenze trovano diversa risposta, non sempre soddisfacente, ma di certo eloquente immagine dei problemi non solo attuali del teatro in musica.

130507_Mi_01_Oberto_AgrestaMariaPertusiMichele_phBrescia-Armisano 130507_Mi_02_Oberto_GanassiSoniaSartoriFabio_phBrescia-Armisano

Che il direttore sia figura chiave lo conferma, anche se in negativo, Riccardo Frizza, che è anche il problema principale della produzione, non garantendo nemmeno la basilare tenuta musicale, con cali d’intonazione nell’orchestra già nell’ouverture, attacchi approssimativi, sbavature diffuse (e  plateali nel caso del coro femminile che apre il secondo atto: davvero imbarazzante). Non solo, poi, la lettura di Frizza manca di mordente teatrale – sempre che per tale non s’intenda il peso bandistico di qualche stretta – ma quel che è peggio sembra perdere perfino il filo del discorso, smarrendo la logica della sintassi metrica, ritmica e melodica della frase, che pare sospendersi senza identità, forse tentando rubati o variazioni dinamiche che però non riesce a risolvere e dominare, lasciando smarriti i cantanti. Questi costituiscono una costellazione di voci di meriti ed estrazioni diverse, tutte meritevoli d’attenzione: due esperti e due debuttanti in quest’opera, tre carriere mature, ovvero casi emblematici della classe del belcanto, del vigore stentoreo, o di nodi venuti al pettine, e una agli albori, promettentissima e meritevole di essere coltivata con tutte le cure.
Michele Pertusi torna a Oberto riconducendolo, con l’acuta consapevolezza stilistica che gli conosciamo, al suo mondo, che è quello dell’opera italiana a cavallo fra gli anni ’30 e ’40 del XIX secolo. Quando Verdi scrive la sua prima opera, Mercadante compone Il bravo ed Elena da Feltre, Donizetti lascia l’Italia per Parigi. Quello lo stile, quella la vocalità, quelle le urgenze drammatiche, da cui prende vigore la parola scenica verdiana, quel fraseggio e quel modo nobile e incisivo di dire e vivere il testo che Pertusi padroneggia in sommo grado. Un approccio moderno e avveduto come questo, un approccio che sappia costruire un personaggio vivo, in grado di parlare ai contemporanei lavorando criticamente nella musica e nel testo avrebbe meritato ben altra corrispondenza nel podio, che tende sempre ad anestetizzare e smorzare ogni potenziale della partitura e dell’interprete; nondimeno Pertusi, forte della sua intelligenza e della sua esperienza, s’impone e, con ottimo canto, esprime la durezza implacabile di questo padre orgoglioso e ferito, per cui solo la vendetta può lavare un’onta che il matrimonio riparatore non farebbe che aggravare ai suoi occhi. Affatto diversa è l’impostazione di Fabio Sartori, che fine dicitore e belcantista non può dirsi, né modello d’emissione e stile. Eppure se la voce bella non pare, è robusta e comunque virile; se la tecnica è eterodossa, il canto risulta comunque solido e sonoro e la lunga frequentazione del ruolo favorisce una convincente adesione al personaggio di Riccardo anche nelle sue contraddizioni irrisolte, di seduttore vigliacco e arrivista improvvisamente e improvvidamente pentito e fuggiasco.
Sonia Ganassi dà voce a Cuniza, e la scelta sulla carta potrebbe essere interessante perché porterebbe in dote al personaggio la lunga esperienza rossiniana e donizettiana dell’artista, negli ultimi anni rivoltasi a un repertorio più lirico fino all’estremo drammatico di Eboli. Solo sulla carta, però, perché nella realtà dei fatti l’esito è decisamente problematico. Sono proprio i passi di coloratura a deludere per primi, confermando come la propensione giovanile fosse più data dalla natura che dalla tecnica, oltre che dall’abilità nel dare colore espressivo alla frase, soprattutto in ruoli patetici, a lei ben congeniali, come quello di Cenerentola. Ora ascoltiamo una preoccupante carenza d’appoggio, un fiato non ben dominato e, di conseguenza, un’evidentissima frattura fra i registri, un inaridimento generale della voce e una notevole difficoltà nel canto legato.130507_Mi_04_Oberto_Insieme_phBrescia-Armisano

Più delicato il caso di Maria Agresta, anch’essa esordiente negli ardui panni di Leonora: si tratta di una giovane talentuosissima, e il talento va riconosciuto ma non sprecato. Dopo il lancio formidabile dato da due produzioni di Attila (negli spazi pressoché cameristici di Busseto e del Lauro Rossi di Macerata) e dal sorprendente tour-de-force dei Vespri siciliani a Torino, quando, prevista in seconda compagnia, si accollò anche tutte le recite della rinunciataria Sondra Radvanovsky, la Agresta è stata giustamente apprezzata in un repertorio vasto e impegnativo, cogliendo esiti anche notevolissimi, come quelli in Gemma di Vergy a Bergamo e La bohème sempre alla Scala. Anche in questo caso esce a testa alta dal cimento e regala bei momenti (soprattutto la prima sezione dell’aria finale, “Sciagurata a questo lido”), ma non si ripete l’incanto di Gemma – che pure con Leonora ha molto in comune – e la sensazione è che proseguire oggi sulla strada di ruoli d’acceso belcanto drammatico, e in teatri di quest’ampiezza, potrebbe sciupare anzitempo un autentico patrimonio vocale. Ora quei lievi affaticamenti negli estremi della tessitura, considerato anche che il direttore non aiuta certo le voci, sono peccati veniali che la pongono comunque al di sopra di molte quotatissime colleghe, tuttavia sappiamo che la Agresta può fare di meglio e soprattutto vogliamo contare su di lei ancora per molti anni. Intanto lei e la Ganassi ci fanno ascoltare il raro, ma non inedito, duetto delle donne nel secondo atto, composto per la prima dell’opera e in seguito espunto: ottimo recupero, che, sulla scia di Norma e Adalgisa, sviluppa in modo plausibile il rapporto di solidarietà e amicizia femminile.
Ai margini, inevitabilmente, si colloca José Maria Lo Monaco con le poche frasi di Imelda, mentre il coro, come già accennato, si esprime al di sotto della sua fama e delle sue potenzialità.
L’ultimo nodo da sciogliere resta quello della messa in scena, ultimo in ordine ma non certo di importanza, quale componente fondamentale di una musica inscindibile dalla sua vocazione teatrale, ovvero visiva, psicologica e gestuale. Mario Martone, con lo scenografo Sergio Tramonti e la costumista Ursula Patzak, non si perde nei rivoli tematici della sua poco felice Luisa Miller e fa ciò che gli riesce meglio, lavorare sui personaggi e i loro rapporti, ovvero sul cardine dell’opera. Che poi l’ambientazione non sia il Veneto medievale di Ezzelino da Romano, ma una periferia del nostro Mezzogiorno contemporaneo, fra degrado suburbano e sfarzo malavitoso in stile neo baroccocò design kitsch pompeiano, poco cambia da questo punto di vista: Leonora, visibilmente incinta, resta la figlia di un capoclan in disgrazia sedotta e abbandonata da un altro boss, Cuniza la sorella del signore incontrastato della zona, donna d’onore, donna forte, innamorata ma solidale con Leonora e implacabile con il fedifrago, Riccardo un signorotto da quattro soldi che cerca di far carriera seducendo le donne giuste, Oberto un rigido padre padrone che vede declinare il suo potere ma si preoccupa solo della legge dell’onore. Siano casate guelfe e ghibelline o clan malavitosi, i codici familiari e la violenza quotidiana restano simili e il cambio d’ambiente non nuoce alla drammaturgia. Non si potrà forse dire lo spettacolo più felice di Martone, ma nemmeno il peggiore. Non mancano momenti di debolezza, qualche dettaglio potrà essere superfluo, più d’effetto che di sostanza (l’attrazione latente di Cuniza per Leonora, quasi la sua amicizia necessitasse della giustificazione psicanalitica della virago e del tranfert affettivo da Riccardo alla fanciulla), ma nel complesso tutto funziona con chiarezza e qualche buona intuizione. Alla recita di domenica 5 maggio qualche posto libero nei settori meno economici, più affollate, ovviamente le gallerie; successo ripartito, a prescindere dai meriti, fra direttore e cantanti, anche se con chiamate finali piuttosto fiacche.

Credito fotografici: Brescia & Armisano per il Teatro alla Scala

Pubblicato da Gli amici della musica il 14 maggio 2013

 

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