Anna Caterina Antonacci: recitar cantando Monteverdi, Strozzi, Purcell

Anna Caterina o della perfezione

servizio di Roberta Pedrotti

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RAVENNA – Recitar cantando. Un concetto semplice e profondissimo, due parole che racchiudono un mondo vasto e inafferrabile. I cantanti attori possono essere moltissimi, e moltissimi i modi d’intendere il rapporto fra musica e parola, fra musica e azione, ma rare le epifanie di personalità tali da trasformare il semplice trovarsi in teatro per assistere a una performance in un’esperienza totalizzante, in un vivere il teatro in ogni fibra.
Anna Caterina Antonacci è al pari di Armida e Alcina artefice di questi incanti, seduttrice e creatrice dal nulla di mondi fantastici, di illusioni che annullano la distinzione fra reale e irreale, evocano percezioni inedite di spazio e tempo. Pare un’esagerazione, ma è il prodigio dell’Artista che penetra la poetica della parola in musica ed esplora un repertorio che va dal madrigale di Barbara Strozzi e di Claudio Monteverdi, all’opera di questi – o a questi attribuita – e a quella dell’inglese Purcell. L’Antonacci non si limita a cantare con sopraffina musicalità, non si limita a dire il testo con l’intenzione e la chiarezza della grande attrice, non si limita a fondere sapientemente l’una e l’altra virtù e rendere l’una indispensabile all’altra e dall’altra inscindibile: è presenza fisica magnetica, è interprete profonda, tale da dare corpo al testo inteso in tutta la sua complessità, ad aprirne con spiazzante acume tutte le sfumature e le possibili letture. L’esempio del Combattimento di Tancredi e Clorinda è di un’evidenza sconcertante: quale attore ha mai reso con egual limpidezza il senso metrico, sintattico, semantico dell’ottava tassesca incarnando le tre voci dei contendenti e del narratore, caratterizzandole, dando loro concretezza e spessore senza mai perdere di vista il contegno rigoroso della disciplina stilistica. Questa linea rigorosa, proprio perché purissima, è ancor più densa, un distillato poetico quale il madrigale, per natura, dovrebbe essere. Circondata dagli strumentisti dell’Accademia degli Astrusi (e qual è la bellezza anche meramente visiva di una tiorba, di un cembalo, d’un arciliuto!), abito nero, capelli sciolti, un faro a illuminarla: tanto basta ad Anna Caterina Antonacci per dar forma al racconto, semplicemente con il colore della voce e con i chiaroscuri del canto intrecciati ai giochi di luce ed ombre perfetti e sorprendenti, nei movimenti essenziali che giostra intorno a quel cono bianco. Morbide gradazioni o netti contrasti, battaglie e languori, madrigali guerrieri et amorosi.

Il dominio poetico dell’Antonacci è dominio della prosodia, del fonema, del senso, in italiano come in altre lingue. Quasi senza soluzione di continuità, solo una chaconne strumentale restando in scena, passa da Orfeo a Didone, dal giubilo nuziale del semidio monteverdiano che rammenta le passate ansie amorose all’addio alla vita della regina abbandonata nell’opera di Purcell. E l’Antonacci è uomo, poi donna, eros trionfante e desolato vuoto, con un cambio d’accento, d’attacco e articolazione del suono quasi impercettibile, finissimo, quanto evidente nei fatti per l’impatto formidabile del contrasto fra le due pagine. Una metamorfosi che racchiude tutto lo spettro dell’arte di questa grande musicista, capace di esaltare con la baldanza virile e di conficcarti poi nel petto i reiterati «Remember me, remember me, but ah! forget my fate» di Didone, con quelle dentali che schioccano come frecce mortali. La suggestione di un timbro ambrato, screziato di malinconie e sensualità, di una voce ambigua e anfibia che ha esplorato tutta la storia della musica è esaltata dall’intelligenza, dal fascino di una cultura e di una sensibilità, che sono tutt’uno con il carisma dell’ultima delle dame ferraresi cantatrici. E proprio nel mondo intellettuale, avanzatissimo e aristocratico nel senso etimologico più alto, delle accademie seicentesche  ci conduce presentando la cantata Lagrime mie di Barbara Strozzi, lamento che dà il titolo all’intero programma e cui l’Antonacci presta un delicato pudore, un riserbo che rende ancor più eloquente lo sciogliersi languido e lo struggimento amoroso. Un’esperienza poetica completa, un monologo interiore di toccante intimità, in cui il senso di recitar cantando e madrigalismo è reso in sommo grado dalla perfetta identità fra scrittura musicale e testo verbale. E l’artista stupisce ancora con il debutto che fa ancor più preziosa una serata d’arte già eccelsa, l’addio a Roma di Ottavia dall’Incoronazione di Poppea attribuita a Monteverdi. La suprema dignità della virtuosa matrona ripudiata ed esiliata ispira commozione e profondo rispetto, ogni parola è pesata da chi esprime il suo dolore conscia anche del suo ruolo, della sua posizione, della nobiltà politica che non deve mai venir meno, anzi a maggior ragione si innalza quando il vizio e l’arrivismo con i loro intrighi la sbalzano dal trono. L’opera è il trionfo di Fortuna e Amore (alias Eros) ai danni di Virtù, ma questa, vilipesa, non fa vana pompa di sé, non si atteggia, né si scioglie lamentosa, bensì impone la superiorità etica della donna che soffre (e, ancora, l’Antonacci dà prova non solo di entrare nel testo, ma di superarlo sfruttando al massimo la potenzialità semantica del singolo fonema) e vive quell’addio come un sospiro autentico e doloroso, cui l’altezza del sentire dà poi forma e logos.

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Un programma dedicato al genere barocco del lamento, nelle sue declinazioni pubbliche e private, dal madrigale all’opera, accostandosi al gioioso rimembrare di lamenti passati – per Orfeo – o al drammatizzare dell’amore e della morte di Clorinda per mano di Tancredi (in cui al binomio eros-thanatos si aggiungono religio e pietas, ch’è cosa ben diversa dalla quasi omofona pietà), non poteva che chiudersi con due bis che, si può dire, sintetizzano l’alfa e l’omega del genere: la sequenza centrale del Lamento della ninfa, madrigale monteverdiano, e “Lascia ch’io pianga” dal Rinaldo di Handel. Oltre settant’anni separano le due composizioni, eppure così accostate e così interpretate, il topos del lamento e il senso del recitar cantando appaiono idealmente legate in un percorso di continuità ed esprimono una medesima estetica della parola in rapporto di identità con la musica, quando altrove, pur rimanendo fulcro imprescindibile dell’espressione cantata, l’intonazione potrà invece trascenderne il senso ultimo, in un rapporto viceversa di trasfigurazione. In entrambi i casi si tratta di forme di amplificazione e scavo della parola come senso e come fonema che necessitano di artisti capaci di sviluppare la duttilità tecnica e musicale in relazione a una superiore coscienza intellettuale. Questo è quello che realizza Anna Caterina Antonacci, in un recital che è vero e proprio teatro in quanto rende visibili, quasi tangibili i suoni in tutta i loro livelli di senso. Così il concerto nel teatro Alighieri di Ravenna diviene un vero momento culturale, etico ed estetico, un’esperienza artistica completa, ben sostenuta, nonostante qualche sparsa difficoltà dovuta all’acustica insidiosa del palcoscenico, dagli strumentisti dell’Accademia degli Astrusi, impegnati anche nel Concerto grosso op. 12 La follia di  Francesco Geminiani, nel concerto in re minore per archi e basso continuo Madrigalesco RV 129 di Vivaldi, nella Chaconne da The Fairy Queen di Purcell e nel Concerto a quattro pieno in re maggiore HH 27 n. 1 di Giovanni Battista Martini. Com’è facile intuire anche solo scorrendo i titoli, una selezione utile a gettare uno sguardo rapido ma ampio sulla civiltà strumentale sei-settecentesca, oltre che perfettamente integrata con il programma vocale. L’affiatamento artistico fra l’Antonacci e il gruppo diretto da Federico Ferri è poi fuori discussione e costituisce un ulteriore valore aggiunto per questa proposta che, con un programma leggermente differente (Corelli sostituisce Vivaldi, mancano il commiato di Ottavia e il Lamento della ninfa), è disponibile anche in un bel cofanetto edito dalla stessa Accademia degli Astrusi con l’associazione Kaleidos e la fondazione Mariele Ventre. Ammirevolissima l’idea di proporre il concerto, registrato in questo caso nel Comunale di Bologna, sia in Cd sia in Dvd in un’unica confezione, suggellando così con un prezioso documento il più possibile completo, un’esperienza teatrale d’altissimo valore.

Pubblicato il 15 maggio 2013 da Gli amici della musica

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