In DVD Rita ou le mari battu nell’originale francese

Rita canta in francese

recensione di Roberta Pedrotti

130502_CD La gazza ladraGaetano Donizetti  Rita, ou le mari battu
Laplace, Caputo, Rinaldi

direttore Claudio Scimone
regia di Stefano Mazzonis di Pralafera
Opéra Royal de Wallonie de Liège, maggio 2010

DVD Dynamic 33741, 2012
Curiose eccezioni: in genere siamo abituati – vedi La favorite – ad ammirare nei libretti francesi una libertà politica, e sovente anche morale, ben superiore a quella concessa dalle censure dei vari staterelli italiani preunitari. In realtà, proprio perché frammentata, la realtà era decisamente cangiante, non priva di audaci sorprese, ma in generale abbiamo sempre visto infliggere, per tutto l’arco del XIX secolo, alle traduzioni delle opere d’oltralpe le più improbabili e castranti correzioni. A Rita è successo il contrario, si può dire, e se il testo originale è sapido, ironico, sarcastico come ci si aspetterebbe, la versione italiana con cui l’opera è circolata non è da meno e, anzi, rincara la dose con inequivocabili doppi sensi. Abituati ad ascoltare i baritoni che con malioso cantabile implorano i soprani “Starò come un piuolo | sommessamente duro | di battermi tu sola | avrai la voluttà” ci aspettavamo chissà quali malizie dai versi parigini di Gustave Vaêz, che invece scrive “Dans notre union nouvelle | c’est toi qui me battras | tu me souffleteras, | oui, tu me flotteras, | tu m’assommeras”, climax assai più violento e meno ammiccante sul versante erotico, che i sottotitoli italiani del Dvd annacquano in un semplice “darle di santa ragione”, togliendo pepe al verbo flotter (che significa anche strusciare, provocare, stuzzicare) e forza ad assommer (che, come ricorda Zola con il suo Assommoir, vale soprattutto per ammazzare). Quasi un’inconsapevole censura moderna di ciò che i nostri antenati invece accentuavano sorridendo.
Curioso, sì: Rita di Donizetti è una delle più caustiche rappresentazioni musicali del matrimonio e delle violenze domestiche venate di attrazioni sadomasochistiche e finora non ne esisteva un’incisione nell’originale francese. Di certo la fortuna della versione italiana non è legata solo all’abitudine e alla tradizione, ma soprattutto al fatto che la traduzione è perfetta, ironica e mai volgare nonostante il tema sia trattato senza ipocrisie o allusioni non immediatamente riconoscibili. Questo dà il senso alle versioni ritmiche approntate nella lingua del pubblico, perché la satira risulta immediata e rispettata appieno.
Spezzata dunque una lancia in favore della nota Rita italiana, non possiamo non festeggiare l’opportunità di conoscerla con le parole per cui Donizetti la concepì, di gustarla appieno nelle sfumature che il francese le conferisce, confrontandole con quelle italiane. Si scoprirà una commedia sulle dinamiche di coppia non meno arguta, ma certamente meno sanguigna e maliziosa. Entrambe sottili e taglienti, ma con spirito leggermente differente, come un buon vino nostrano e uno, egualmente pregiato, d’oltralpe prodotti dallo stesso vitigno. Un soggetto che nel cinema avrebbe fatto la felicità di molti registi, anche diversissimi tra loro.
L’interesse è comunque più che altro filologico e musicale, giacché la produzione dell’Opéra Royal de Wallonie de Liège non presenta particolari elementi di spicco. Claudio Scimone è al solito flemmatico e poco nitido, quando in quest’opera la bacchetta dovrebbe essere in massimo grado brillante, limpida, ironica e maliziosa. Alberto Rinaldi, nei panni del primo marito Gaspar, creduto morto, redivivo e sostenitore di un metodo “energico”, porta in dote una grande esperienza, ma la voce denuncia il passare del tempo, l’emissione oscilla e il timbro mostra troppe rughe per rendere giustizia alla trascinante cavatina o all’ironia delle frasi più cantabili, che sembrano fare il verso a nobili baritoni amorosi. Il gusto per la parodia stilistica è infatti uno dei punti di forza della partitura, elemento fondamentale di quella verve che scaturisce dall’incontro tra l’opera buffa italiana e l’opéra comique francese. Offenbach trarrà evidente ispirazione da questa fecondissima sintesi di forme, teatrale e mai schematica, anche superiore alla Fille du régiment per l’incisività con cui dipinge caratteri ben definiti nello spazio di meno di un’ora. All’esuberanza baritonale di Gaspar, un gaglioffo irresistibilmente simpatico nonostante il suo approccio discutibile al gentil sesso (ma, per fortuna siamo in un’opera buffa e tutto è stemperato con ironica leggerezza e un pizzico d’erotismo), risponde il passivo Beppe, il marito in carica su cui Rita si rivale dei soprusi subiti, da autentica dominatrice in ogni aspetto del menage familiare, dagli affari all’intimità. Beppe aspira all’indipendenza, o almeno a imporre la propria personalità, ma risulta sempre una pedina sottoposta alle influenze di Gaspar e Rita, tanto che alla fine le sue apparenti prese di posizione non fanno altro che il gioco del suo predecessore – che vuol liberarsi legalmente per convolare a nuove nozze – e della consorte – che preferisce di gran lunga il remissivo nuovo sposo – ed è quasi scontato che al chiudersi del sipario tutto torni come prima. Aldo Caputo non ha una vocalità privilegiata, ma è in grado di assecondare la tessitura acuta e l’impostazione registica. Da questo punto di vista il soprano caratterista di casa a Liegi, Priscille Laplace, è parimenti disinvolta ed efficace nei panni di questa spregiudicata Mirandolina, locandiera e padrona a tutti gli effetti. È una Rita giusta sulla scena quanto, però, fragile per la voce secca secca, duretta e poco a fuoco nell’acuto e nell’agilità, in cui passa troppa aria.
Stefano Mazzonis di Pralafera, regista e direttore artistico, ama il teatro un po’ sopra le righe e questa produzione non fa eccezione. La gag del cappello da cuoco di Beppe che si alza e si abbassa a seconda del grado di virile risolutezza del personaggio è abbastanza elementare e grossolana, tanto più perché reiterata; la linea generale dello spettacolo si muove sulla stessa falsariga, sgargiante e caricata in un contesto volutamente non realistico, nonostante l’ambientazione attuale e quotidiana della locanda.
L’aspetto tecnico ed editoriale è al solito ben curato ed esauriente, con le note introduttive ben scritte da Roberto Di Perna, che evidenzia giustamente come questa piccola perla di teatro musicale sia molto di più di uno spassoso divertissement.

Pubblicato da Gli amici della musica

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...