Jessica Pratt regina del belcanto nel nome di Lina Pagliughi

La Siòla d’oro a Jessica Pratt

servizio di Roberta Pedrotti

130515_Cesena_01_PrattJessicaLaSonnambulaBsTeatroGrande101022_phElisabettaMolteniCESENA – Nel 1980 moriva Lina Pagliughi e tre anni dopo un gruppo di amici romagnoli decideva di ricordare l’illustre concittadina adottiva con un premio da assegnare ogni biennio ad artiste che si distinguessero nel repertorio lirico leggero seguendo idealmente le orme del soprano italoamericano. Luciana Serra, June Anderson, Mariella Devia, Joan Sutherland sono state fra queste e dopo di loro, oggi, non poteva darsi coronamento migliore dei sei lustri della manifestazione che appuntare la preziosa spilla raffigurante la siòla, ovvero la tipica rondinella di mare romagnola, al petto di Jessica Pratt.
L’eccellenza dei risultati è sotto gli occhi di tutti, per la sicurezza tecnica che le permette di proiettare perfettamente una voce limpida e cristallina, di gestire dinamiche, legati, colorature ad ogni altezza, di variare con finissima perizia stilistica e musicale, con sorprendente duttilità d’emissione. Ci sono però due caratteristiche fondamentali che rendono il soprano britannico-australiano un modello esemplare: in primo luogo la formazione. Alla maniera dell’ideale della scuola Garcia, la Pratt è arrivata al canto dopo un lungo tirocinio tecnico basato sulla pratica e lo studio di uno strumento a fiato, in questo caso la tromba. Un esercizio che ricorre fra eccelsi belcantisti (Rockwell Blake  praticava il clarinetto, e Mariella Devia si avvaleva dei consigli del marito Sandro Verzari, sommo virtuoso, ancora, della tromba) e conferma come la respirazione sia il fulcro dell’arte vocale, e che quest’ultima possa attingere ai massimi risultati solo quando l’interprete può dominare tecnicamente l’emissione portandola alla massima duttilità a fini espressivi. Questo è il percorso esemplare di Jessica Pratt, che dallo strumento d’ottone è passata facilmente a quello nella propria gola, rifinendo il metodo con il padre insegnante prima di arrivare in Italia per perfezionare la lingua e il fraseggio con Renata Scotto (applicare cioè pienamente il canto al testo, come  indicato da Garcia) e infine trovando in Lella Cuberli la docente e la consigliera con cui preparare ogni debutto e cercare sempre di migliorare, perché lo studio del musicista non può mai dirsi concluso.
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Altro punto fondamentale è la coscienza storica e critica dell’artista. Un notissimo soprano, non citato in quest’articolo, ricevendo la Siòla d’oro, confessò di non conoscere Lina Pagliughi; Jessica Pratt al contrario non vanta solo una notevolissima competenza nel campo delle incisioni antiche, ma il suo è particolarmente attento e consapevole, possiede un grammofono e ama l’ascolto su supporti originali. Ciò permette un rapporto critico e costruttivo, un approccio storico con delle fonti che spesso i riversamenti moderni distorcono con esiti ora discutibili ora comunque riduttivi per un orecchio non allenato. Comprendere la grandezza e l’importanza delle testimonianze di alcune fra le più celebri voci a cavallo fra XIX e XX secolo non significa affatto mitizzarle tout court – atteggiamento, anzi, deleterio – bensì  avere una visione completa e complessa della storia della vocalità e dell’interpretazione e poter dare il proprio contributo con pienezza artistica e intellettuale.
Queste premesse fanno della Pratt non solo una grande cantante, ma un’artista esemplare, che basa la sua grandezza su solide basi, che ha saputo dare forma e struttura a un talento innato e rappresenta così un modello meritevole di riconoscimento già a poco più di trent’anni.
Il concerto per la consegna del XV Premio Lina Pagliughi al teatro Bonci di Cesena, presentato da Alberto Spano come rappresentante della giuria, conferma, se mai ce ne fosse bisogno, lo standard di una cantante che garantisce sempre l’affidabilità della professionista (anche quando, come questa sera, non si trova in perfette condizioni di salute) e l’unicità dell’artista che rende irripetibile ogni performance. Propone in programma il finale della Sonnambula, la cavatina di Semiramide, la Canzone del salice della Desdemona rossiniana, “Qui la voce sua soave” dai Puritani, “O luce di quest’anima” di Linda di Chamounix e la pazzia di Lucia di Lammermoor, seguirà in chiusura un bis, “Glitter and be gay” dal candide di Bernstein, altro suo scintillante cavallo di battaglia. Tutti i brani integrali, tutte le cabalette finemente variate, ma soprattutto ogni pezzo caratterizzato alla perfezione: basta un attacco per sentire la regina di Babilonia distinguersi dalla sposa fedele d’Otello o le vergini alpine che sognano d’amore o lamentano l’abbandono dalla volubile Cunegonda, per virtù di fraseggio ma anche per la disinvoltura tecnica nel gestire pagine di belcanto concepite per diversi soprani, con diversi baricentri vocali: dalla Colbran e dalla Pasta, d’ascendenze contraltili, alle tessiture più acute dominate dalla Grisi e dalla Tacchinardi Persiani. Tale disinvoltura va di pari passo con la fantasia, la competenza storica e stilistica e quindi la capacità di rendere unica e personale l’interpretazione. Val sempre la pena di ascoltare dal vivo Jessica Pratt perché è un’artista, capace tra l’altro di un tale dominio della proiezione e delle gradazioni dinamiche da dissimulare ogni percezione d’ampiezza comunemente intesa come decibel e quantità di suono e pare esserci molto più spazio in una messa di voce emessa ad arte, come nel suo caso, che non nel canto stentoreo di voci più spesse, o inspessite artificiosamente.

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Lo strumento è perfetto per il repertorio che affronta, con tecnica e fraseggio s’impone come una regina che concentra tutta l’attenzione, ma non sovrasta mai proditoriamente i colleghi. Il viso corrisponde alla voce, irradia fascino, carisma, sa essere autorevole e accattivante: straordinariamente espressivo nel trasformare in puro teatro perfino la tradizionale cadenza di Lucia, tutta giocata su un trasecolorare di sfumature, su una capacità estrema di modulare lil suono e farne veicolo drammatico, tanto che quelle battute di canto senza parole sono dette e fraseggiate come il più alto testo poetico, in perfetta fusione con tutto ciò che le precede e le segue. Non è puro virtuosismo, non è la trasognata astrazione d’una mente smarrita, ma il devastante coronamento della tragedia di Lucia. Non sono gli acuti le roulade a colpirci, ma come la loro perfezione sia sempre finalizzata a rendere i colori e le dinamiche di un incubo che, ormai, non può più essere articolato con un discorso che già si faceva sempre più sconnesso.
Solo questo momento basterebbe a spiegare perché Jessica Pratt è una grande artista, da cui ci aspettiamo fiduciosi sempre nuovi traguardi e nuovi orizzonti per una concezione del belcanto moderna e consapevole. Ha una formazione solida, profonda, d’antica scuola, ha coscienza storico critica, curiosità cultura e intelligenza, unisce queste virtù al servizio della musica e del teatro, per la gioia di vivere con il pubblico un’emozione sempre rinnovata, il gusto di fare musica scoprendo sempre nuove sfumature, nuove inflessioni ed emozioni. In questa linea attendiamo la conferma della sua già nota e già grande Lucia finalmente prossima ad approdare alla Scala, l’intrigante esperimento della Giovanna d’Arco a Martina Franca, un unicum che dovrebbe restare tale, ma che immaginiamo possa scrivere una pagina suggestiva in una visione del primo Verdi che stringa i legami con il mondo romantico, così prossimo, di Bellini e Donizetti.

Pubblicato da Gli amici della musica il 21 maggio 2013

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