Stravinskij: Le sacre du primtemps 29 maggio 1913-29 maggio 2013

Cento anni di Sacre

Il XX secolo in musica non sarebbe tale senza Le sacre du Primtemps, una di quelle – poche – opere con le quali tutti i posteri saranno costretti a fare i conti.Di questo Novecento si dice spesso che nella musica colta si è allontanato progressivamente dal pubblico. Forse, ma in questa visione troppi fattori vengono trascurati: in primis il fatto che fino a tutto l’Ottocento quel che noi consideriamo “colto” o “classico” era semplicemente la Musica tout court, quella che si eseguiva nelle feste o nei salotti, che si andava ad ascoltare a teatro o dall’organista della parrocchia dopo la mensa. C’erano naturalmente anche i canti da lavoro e da osteria, i canti politici e amorosi, ma il confine restava labile, sia perché, per esempio, il linguaggio operistico penetrava tutte le classi sociali e ne influenzava le espressioni meliche, sia perché, viceversa, la musica scritta ha sempre guardato, con filtri variabili, alle tradizioni popolari. Il rapporto di scambio è sempre stato vivo, anche se in forme mutevoli.

Nel Novecento, però, si affermano definitivamente i fenomeni (politici, culturali, sociali) di massa. Nel Novecento nasce la riproduzione dell’arte, nasce la discografia, ovvero l’industria musicale di massa, che modifica radicalmente i metodi di fruizione.

Dunque non possiamo dire che sia la musica colta ad essersi allontanata dal pubblico, bensì che nell’ultimo secolo il pubblico sia cambiato, si sia differenziato, così come la musica, in relazione ai cambiamenti della struttura sociale.

Nel panorama che si è venuto a creare la parcellizzazione è tale da apparire disorientata e disorientante, in molti casi. Manca sicuramente nel pubblico l’abitudine ad alcuni nuovi linguaggi, ma in molti giovani autori mancano anche volontà e capacità (decidete voi in che ordine) di strutturare il loro discorso. A volte ascoltando musica contemporanea si ha la medesima sensazione che si prova di fronte a certa (pseudo)filosofia contemporanea, cioè il perdersi in se stesso di un artificio linguistico creativo ma vuoto, d’effetto ora stucchevole ora irritante. A volte. Così come tutti i pensatori moderni non sono i patinati sciorinatori di aforismi pronti per facebook che intasano le nostre librerie. La musica di qualità, di contenuto, non sarà subito comprensibile – proprio perché oggi manca l’unità stilistica nella produzione e nella percezione di qualità, fuori dal blob della cultura di massa – ma lascia intendere all’orecchio minimamente allenato una sostanza che merita d’essere approfondita, conosciuta, esplorata.

Un secolo fa, ad un pubblico che andava regolarmente a teatro per ascoltare musica nuova, Stravinskij diede qualcosa che non si sarebbero mai aspettati. E fu scandalo, ma fu anche l’inizio del nuovo secolo. Oggi pensare a un compositore che dà un nuovo balletto e sconvolge l’uditorio creando uno spartiacque nella storia dell’arte non è possibile, proprio per la nostra struttura socio culturale. Ma speriamo di poter pensare ancora a compositori che abbiano voglia di lavorare in tutte le componenti della musica, nel ritmo, nel timbro, nell’armonia, come fece Stravinskij allora.

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