Antonio Pappano a Brescia con la London Symphony Orchestra

Antonio Pappano: bis al Grande

di Roberta Pedrotti

Trovatore

Nel giro di due mesi Antonio Pappano fa il bis a Brescia con due diverse orchestre, Santa Cecilia e la London Symphony. Il Teatro Grande fra la sua stagione e il giubileo del Festival Pianistico vuol ricordare, con questi vertici straordinari, che la Leonessa d’Italia è tale anche nella musica, fin dai tempi di Luca Marenzio, Gasparo da Salò e della famiglia degli Antegnati.
Una decina d’anni fa Brescia s’imponeva all’attenzione non solo nazionale come città d’arte – titolo che le compete senza dubbio per le sue meraviglie ancora in parte nascoste – con una serie di grandi mostre che non hanno poi trovato l’eguale negli ultimi tempi (ma in compenso hanno sollevato casi come quello delle irregolarità nel conteggio dei biglietti, e relativi bonus, per l’ultima esposizione di Matisse). Allora si progettava la metropolitana oggi felicemente inaugurata e si ponevano le basi per la nascita della Fondazione del Teatro Grande. Una teatro che deve costituire il fiore all’occhiello di una città fiera, di cui, per fortuna, si può parlare non solo per la cronaca, il PCB o le polemiche sul ripristino del brutto colosso fascista detto familiarmente il Bigio.
Dopo la stagione lirica il teatro continua, dunque, a vivere ospitando in una cornice sempre più vitale e vissuta l’appuntamento tradizionale con la musica sinfonica e cameristica del Festival Pianistico Internazionale di Brescia e Bergamo, giunto ormai al mezzo secolo di vita. Dieci lustri di alterne vicende, luci e ombre, ma sempre come punto di riferimento capace di calamitare la presenza di alcuni dei maggiori musicisti mondiali. L’anno scorso, nell’appuntamento di maggior rilievo, tornò Muti e con lui esordì al Festival la Chicago Symphony Orchestra. Quest’anno, dunque, ecco tornare sir Antonio, questa volta con la compagine londinese a coinvolgerci in un’altra serata memorabile. Siamo orgogliosi della nostra città mentre passeggiamo fra i portici e piazza Duomo, spazzati da un fresco venticello primaverile, e lo siamo ancor di più quando vediamo ad arricchire la galleria di prestigiose presenze il camion con il logo della London Symphony Orchestra. Il pubblico è numeroso, mediamente elegante senza sfoggi fuori luogo, le età le più varie, con confortanti percentuali di giovani. La Leonessa ci riempie ancora una volta di speranza; il concerto supera le aspettative e si apre proprio con un brano altamente significativo in questo senso.
Pappano sale sul podio senza bacchetta e dà inizio al Concerto per Orchestra di Witold Lutoslawski (1954), opera segnata nel profondo dalle costrizioni creative dettate dalle direttive di regime. Il compositore polacco di cui si celebra quest’anno il centenario dichiarò infatti di aver scritto, in quegli anni, più come poteva che come voleva: nei confini impostigli, l’artista riesce, però, a non soccombere, anzi a levare forte il grido della propria individualità e della propria ispirazione. Le forme sono classiche (primo movimento Intrada. Allegro maestoso; secondo movimento Capriccio notturno e Arioso. Vivace; terzo movimento Passacaglia, Toccata e Corale. Andante con moto), la scrittura è colta senza rimanere invischiata in conservatorismi o sperimentalismi fini a se stessi (e che, quando non sono geniali, risultano entrambi sempre anacronistici), ma fa proprio il contrappunto come lo studio della musica popolare, la progressiva emancipazione armonica o l’elaborazione ritmica in atto soprattutto dai decenni precedenti. È, in fondo, il suo linguaggio e qui un organico di oltre novanta elementi trova modo di esibire un virtuosismo che non è fine a se stesso, ma rappresenta la valvola di sfogo espressiva del creatore e dell’esecutore. Il trionfo del corpo orchestrale come complesso unico, come rapporto fra famiglie di strumenti e fra singoli, il magistero di Lutoslawski nell’esprimerne al massimo il potenziale timbrico e tecnico sono l’esplosione di libertà della pura musica fuori da ogni costrizione. L’arte trova sempre le strade per esprimersi: come un fiume imbrigliato negli argini finisce per romperli e sorpassarli, così l’esuberanza di questa scrittura sembra far trionfare il suono, in tutte le sue dimensioni, come metafora dell’uomo che l’arte e la cultura sciolgono da ogni catena. Questa è la tensione vibrante, continua imposta da Pappano, che fa del virtuosismo tecnico significante identificato con il significato, una metafora della creatività che non si ferma al puro edonismo spettacolare. Anzi, proprio la mancanza di compiacimento, di ricerca timbrica ostentata, permette all’orchestra, concentratissima, fisicamente compresa in quella musica così come il suo direttore, di dare un autentico valore espressivo alla sua straordinaria perizia musicale, di lavorare sul colore di un impasto fascinoso per il suo essere insieme compatto e cangiante, denso e trasparente. Ogni sezione si dimostra eccellente, all’altezza della sua fama, ma, accanto a degli ottoni impeccabili, meritano una menzione speciale le formidabili percussioni, capaci di offrire una varietà dinamica e coloristica più unica che rara in questi strumenti. Il motore è comunque sempre Pappano, catalizzatore di una tensione, di una vibrazione espressiva fortissima e sempre concretizzata in una lettura travolgente per la lucidità analitica e la piena teatralità. Il centro di tutto è sempre e solo la musica, trattata con scrupoloso rispetto e vissuta in tutte le sue dimensioni: intellettuale e sensuale. Lo conferma nella seconda parte la Quarta Sinfonia di Čajkovskij, in cui il gusto per la pienezza del suono non può prescindere dalla maniacale precisione dello stesso, che si espande, avvolge, si dipana incarnando in sé e per sé il sottile programma di fatalismo, sogni, illusioni e disillusioni che permea il capolavoro dell’infelice grande russo. Pappano cava dalla sua orchestra un colore peculiare, quasi un ossimoro sonoro, come nel celebre Scherzo pizzicato, così lieve ed ironico, così denso e disperato, così ambiguo e cristallino. Quanto lo strumentale, per valore individuale e collettivo, è d’altissima qualità, tanto il direttore impressiona, anima e guida del concerto, fonte inesauribile d’una concentrazione estrema, d’una unità assoluta fra logos e pathos, fra ratio e sensus.scan2
Il gesto è passionale, eloquente, ma composto, così come l’atteggiamento dell’orchestra, eppure trasmettono a tutta la sala, mettono in circolazione e condividono la medesima intima vibrazione fisica. Esaltante, inebriante, appagante, che colma, trionfante, il teatro e non si esaurisce nemmeno nell’applauso liberatorio, anzi si ricarica e si rilancia nei bis, che Pappano annuncia con la consueta accattivante comunicativa. Potrà anche apparire stanco fisicamente, ma nell’attaccare la Polonaise dall’Evgenij Onegin tutto rinasce con una maestà rigogliosa, un dinamismo, un ampio respiro di danza che ne fanno vera giubilante apoteosi, il bis perfetto concesso a una sala così partecipe, anche se il colore denso, sensualmente ombreggiato, dell’orchestra ci ricorda come non tutto sia gioia in quel ballo, come alligni un’elegantissima, perturbante ambiguità. Il secondo bis, come dichiara dal podio lo stesso Pappano, cambia completamente d’atmosfera. È Nimrod, la nona delle Enigma Variations di Elgar, brano meditativo in cui anche la propensione lirica di orchestra e direttore sono pienamente valorizzate, cogliendo un’intensità poetica nel senso cantabile del legato che è dato raramente di ascoltare. Un momento di estatica concentrazione che ben predispone, dopo certi slanci inebrianti, a metabolizzare una serata eccezionale. Gli applausi s’accendono di gratitudine e usciamo da teatro un po’ più ricchi di come eravamo entrati.

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