Evgenij Onegin al Regio di Torino

Così fan tutte russo: tragico e romantico

di Roberta Pedrotti

Onegin

Quattro ragazzi, due sorelle, due amici, un soprano e un tenore inclini alla poesia e ai grandi ideali, un mezzosoprano (o contralto) e un baritono che, per motivi diversi, dimostrano tutt’altra indole; il crollare delle loro certezze, delle loro speranze e del loro mondo sentimentale. Se avessero incontrato un filosofo illuminista sul declinare del XVIII secolo sarebbero stati Fiordiligi, Dorabella, Fernando e Guglielmo e avrebbero amaramente riconosciuto, tornando all’ordine, che è fortunato chi “da ragion guidar si fa” e sa ridere di quel che per altri è ragione di pianto. Nell’Ottocento borghese, senza guide se non modelli letterari che scatenano epidemie di bovarismo, sono Tat’jana, Olga, Lenskij e Onegin e il loro destino sarà ben diverso: il matrimonio con un altro uomo, l’oblio, la morte o un vuoto disperante. In questa costellazione, secondo l’assunto del regista Kasper Holter, la maggiore delle sorelle sarebbe l’anima gemella del protagonista e alla fine le mancherebbe solo la forza di abbandonare la sua nuova condizione per riunirsi a lui, tuttavia questa prospettiva non riesce a convincere. L’atteggiamento di Tat’jana sembrerebbe più quello di una giovane donna che guarda in faccia il suo passato, la sua infatuazione adolescenziale, e comprende che quello per cui tanto aveva sofferto, la cui vista ancora la scuote, non è sarebbe stato l’uomo giusto, non avrebbe potuto renderla felice perché lui stesso non sapeva e non sa cosa sia la felicità, né la cerca realmente. Molteplici possibili sfaccettature interpretative non possono essere escluse a priori di fronte alla profondità psicologica dell’opera intera e, soprattutto, del confronto finale, sia nel libretto cavato splendidamente da Puskin sia nel trattamento di un Čaikovskij assai coinvolto anche dal punto di vista autobiografico (la sua empatia con Tat’jana non esclude un sottile legame anche con Onegin e la sua impossibile realizzazione nella società russa del suo tempo). La stessa visione del dramma come un’analessi rivissuta dai due potrebbe anche non significare semplicemente rimpianto, come nell’intenzione del regista, ma anche e soprattutto autoanalisi critica. In questo senso la visione onirica e non realistica dello spazio nel quale tutto si svolge e si accumulano i residui di ricordi ed esperienze, mentre simboliche scorrono le stagioni, è azzeccata e stimolante, anche se nell’arco dei tre atti l’uso dei doppi danzatori, affiancati o avvicendati con i cantanti, rischia d’apparire un po’ lezioso. La zuffa fra Lenskij e Onegin pare un po’ eccessiva, altre sottolineature nella recitazione invece più sottili e convincenti, per quanto nel finale non riesca a persuaderci della sua idea e a convincerci di fronte all’immagine di una Tat’jana distrutta e sconfitta, anima gemella del protagonista. Quest’opera di introspezione e dolore è anche l’opera del passaggio all’età adulta, che per la sola Tat’jana è vissuto con forza e – sofferta – consapevolezza, mentre Olga sparisce, Lenskij, da bravo poeta romantico, soccombe e Onegin si trova senza scopo né affetti a soli 26 anni. Tat’jana “da ragion guidar si fa”, anche se non è più tempo per il riso come non lo è per i sogni.Onegin

Il legame fra Čaikovskij e Mozart (e anche fra Puskin e Mozart) è forte e si esplicita a più livelli, giustamente valorizzato da Gianandrea Noseda, che con una delle sue più felici letture si afferma come il punto di forza della produzione. Il suo gesto lucido e asciutto, il suo senso del dramma evitano ogni trappola sentimentale o iper romantica. La drammaturgia tutta psicologica, poi, gli evita la tentazione di un’eccessiva tensione, quasi frenetica. Al contrario il modello classico sempre presente è sviluppato con perfetto equilibrio e si traduce in raffinatissima teatralità, sempre viva e coinvolgente, grazie anche all’ottima risposta dell’orchestra e del cast. In primis Svetla Vassileva, cui mancherà il peso vocale per qualche frase più drammatica, ma regge la parte di Tat’jana con intensità, solidità professionale e autentico trasporto espressivo, incarna i ricordi della giovane, matura principessa Gremina partecipando e rivivendo le passioni e i sogni dell’allora adolescente “Tanja” Larina. Vasilij Ladjuk è un Onegin di bella voce, ben emessa, sicurissima e di fraseggio forse non analitico ed estremamente chiaroscurato, ma comunque convinto e convincente, distaccato e appassionato quando necessario, funzionale all’ostentata, consapevole superficialità del personaggio.
Maksim Aksënov avrebbe la voce lirica ideale per Lenskij: peccato che sembri convinto d’essere invece tendente al drammatico, così da appesantire il suono nell’alterco con Onegin, che risulta così piuttosto fiacco, mentre quando segue la sua natura sale anche con facilità e bel timbro, realizzando buone intenzioni. Anche Aleksandr Vinogradov ha buone frecce al suo arco, vocalità pulita e registro grave non tonante ma emesso con eleganza: purtroppo il passaggio all’acuto non è ben risolto e i passaggi più alti della sua aria risultano ingolfati. Nino Surguladze è un’Olga chiara, leggera, corretta (un po’ poco, considerata la sua carriera, ma comunque sufficiente); bravissime invece la Larina di Marie McLaughlin e la Njanja Filipp’evna di Elena Sommer, entrambe tecnicamente e musicalmente ineccepibili quando incisive, eleganti, calibrate nella placida rassegnazione borghese o nella naïvité popolare. Sempre impeccabile Carlo Bosi, Triquet per nulla caricaturale, bene Scott Johnson come Zareckij e Vladimir Jurlin come Capitano della guardia. Da citare i mimi e danzatori Andrea Frisano, doppio di Onegin, Francesca Raballo, doppio di Tat’jana, e Giuseppe Cannizzo, Guillot. Il coro del Regio, preparato da Claudio Fenoglio, riesce a non essere puramente esornativo in pagine che altrimenti correrebbero il rischio d’apparire puri e semplici quadretti pittoreschi, cornici all’azione, mentre scandiscono, con i ritmi di danza, il progresso sociale in corso di atto in atto: dalla campagna dove risuonano i canti popolari dei mugiki, alla festa altoborghese e provinciale dove l’attrazione principale è costituita dalla presenza di un bizzarro francese, fino al gran ballo principesco a San Pietroburgo. Non c’è un dettaglio di Evgenij Onegin che appaia gratuito o superfluo, non uno sul quale non si possa riflettere e la coproduzione del Teatro Regio con il Covent Garden e Opera Australia (val la pena di notarlo: è l’unico nuovo allestimento in cartellone quest’anno e viene saggiamente condiviso con partner internazionali, ecco come coniugare le ragioni del bilancio con quelle dell’arte) ottiene un calorosissimo successo, con giustificate punte d’entusiasmo per Gianandrea Noseda.

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