Kazushi Ono a Bologna dirige Britten e Wagner

Britten e Wagner per Kazushi Ono

di Roberta Pedrotti
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BOLOGNA 30 maggio 2013 – In passato non ero stata fortunata con Kazushi Ono: come ne avevo apprezzato diverse incisioni, così ero rimasta perplessa dal vivo per un concerto penalizzato dall’infausta acustica dell’Auditorium Paganini di Parma (letale per il rigoglioso sinfonismo straussiano) e per una Zauberflöte bolognese, anni fa, non troppo riuscita sotto svariati punti di vista.Considerazioni e previsioni diverse legate al repertorio e a tutte le variabili delle precedenti esperienze, in sala o in registrazione, mi accompagnavano nell’attesa della serata diretta dal maestro giapponese per la stagione sinfonica del Comunale di Bologna. In programma Britten e Wagner, strana coppia separata nella nascita da un secolo esatto e, di conseguenza, accomunata, oltre che nella vocazione drammatica, nelle celebrazioni centenarie e bicentenarie: Ono alza la bacchetta e i dubbi si diradano fino a svanire. Ecco lì, finalmente, il direttore di livello, il musicista intelligente, preparato, interessante che aspettavo di conoscere anche dal vivo. Ecco l’Orchestra del Comunale attenta, precisa, compatta, in una prova di alta professionalità quale sanno raggiungere i buoni complessi italiani quando vengono valorizzati come meritano. Giova ricordare che la maggior parte delle orchestre italiane sono legate a teatri lirici e quindi non sono portate, come quelle eminentemente sinfoniche, alla ricerca di un suono peculiare, di un particolare smalto e impasto timbrico, ma questo non significa che non siano formazioni di qualità, bensì che le loro caratteristiche vadano ricercate e riconosciute in altri valori. Valori che emergono anche nel repertorio concertistico ogniqualvolta salga sul podio la persona giusta, capace di motivare, di cogliere i pregi, di interpretare e sollecitare la personalità dell’insieme. Ono lo è stato. Lo è stato per Britten, di cui abbiamo ascoltato due pezzi giovanili altamente significativi, come la Simple Symphony e la Sinfonia da Requiem. La prima, composta ad appena vent’anni per un complesso d’archi di limitate potenzialità tecniche, è un piccolo gioiello di grazia compositiva, di come la semplicità non significhi banalità, ma spesso racchiuda i più bei tesori e richieda, per esprimersi, la più alta maestria. L’essenziale, il saper fare molto con poco è proprio dei grandi e il giovane Benjamin già lo era. Occhieggia a Čaikovskij, con un secondo tempo tutto in pizzicato, gestisce con disinvoltura le forme (della suite barocca più ancora che della sinfonia classica) e nel dipanare temi all’apparenza limpidi, ispirati per lo più alle sue primissime composizioni d’infanzia e adolescenza, dimostra già la capacità straordinaria di rendere profondo ogni tema, di conferire proprio a quanto c’è di più innocente e ingenuo un sostrato di chiaroscuri che aprono mondi suggestivi e perturbanti. È, insomma, già il compositore delle cantilene di Miles e Flora. Solo cinque anni dopo Britten lavora alla Sinfonia da Requiem, che verrà eseguita per la prima volta nel 1941, e il clima è cambiato, la maturità un’altra, amaramente sopravvenuta. La dedica è per i genitori, scomparsi fra il ’34 e il ’37, anche se la partitura era nata su commissione del governo nipponico – ancora non belligerante nel ’39 – per la celebrazione i ventisei secoli della dinastia imperiale. Per una serie di malintesi – nei brevi tempi concessigli Britten non poté far altro che proporre la sinfonia su cui già stava lavorando, in primo tempo accettata e poi respinta perché troppo cupa e d’ispirazione cristiana – il contratto con il Giappone non si concretizzò e la sinfonia debuttò a New York, diretta da sir John Barbirolli, poco più di otto mesi prima dell’attacco di Pearl Harbor e dell’ingresso in guerra al fianco del blocco nazifascista del primo committente. Come avverrà per l’opera Gloriana, composta per l’incoronazione di Elisabetta II ma nient’affatto celebrativa nel suo impietoso ritratto degli ultimi anni della Regina Vergine e del suo fallimentare rapporto con il conte di Essex, la musica d’occasione è per Britten soprattutto l’opportunità per gettare uno sguardo critico sulla realtà e un ponte dal particolare all’universale, senza retorica. Qui, naufragata la celebrazione imperiale, la dedica diviene intima al lutto familiare, che però si apre, agli albori della Seconda Guerra Mondiale, in un grido di dolore di tutta l’umanità. Non v’è una parola, ma tre movimenti intitolati Lacrymosa, Dies irae e Requiem Aeternam: meditativi i due estremi, come una marcia funebre che lentamente si dissolve nel compianto, furioso e perfino sarcastico quello centrale, una danza macabra turbinosa in cui sembrano echeggiare quali ritmiche Erinni i bombardamenti e la ferocia del conflitto ormai in atto. Mentre vent’anni dopo il War Requiem sarà la meditazione matura sull’assurdità di tutte le guerre, la Sinfonia da Requiem possiede l’urgenza dell’attualità, l’impeto ideologico del compositore e intellettuale ventottenne, la denuncia vibrante di chi sa di essere nel giusto. La qualità dell’esecuzione è alta, emotivamente intensissima anche senza badare alla curiosa e simbolica coincidenza del brano che torna in qualche modo a chiudere il cerchio delle sue controverse origini nella sensibile bacchetta di un musicista giapponese.

La seconda parte della serata è consacrata a Wagner: Siegfried Idyll, Ouverture e baccanale da Tannhäuser, Preludio al primo e al terzo atto di Lohengrin, Preludio ai Meistersinger von Nürberg. Classica panoramica da concerto sulla collina di Bayreuth, perfetta vetrina e banco di prova per bacchetta e orchestra. D’altra parte, se anche indirizzava al dramma tutte le sue energie teoriche e artistiche, Wagner stesso era ben conscio del successo e della circolazione che sinfonie, intermezzi e preludi potevano garantire al suo nome e alla sua opera. E noi ne godiamo oggi con soddisfazione, per la compattezza anche imponente della lettura, per il vigore e la precisione, per il nitore e l’autorità del suono. Belle le trasparenze ferite di Lohengrin, bene l’affermazione maestosa dell’arte dei Meistersinger e i contrasti di Tannhäuser (con l’intervento del coro femminile del Comunale), ma anche il respiro concertistico più ampio conferito al familiare e fiabesco Siegfried Idyll. Con apparente semplicità – ancora – Ono ottiene grandi risultati e rende l’ampiezza della scrittura, ne interpreta lo spirito, la complessità, la concentrazione. Coglie la peculiarità di Britten e di Wagner, la loro profonda differenza, ma nello stesso tempo fa di questa sua controllata grandezza la cifra unitaria di tutto il concerto, filtrato attraverso il medesimo sguardo di musicista colto e analitico, ma non freddo. Non si perde una nota, ma ci si perde volentieri in queste architetture sonore, neoclassiche o gotiche, tutte profondamente studiate nelle loro geometrie, articolate o essenziali, tutte ricche di luci, ombre, sottintesi e convinte asserzioni. Il pubblico non resta indifferente e tributa all’orchestra e al direttore il giusto riconoscimento in un calorosissimo applauso.

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