Jordi Savall al Bologna Festival

Il Re Sole, la lente di Savall  e il giusto spazio

di Roberta Pedrotti

e5536-_mg_5098_pratt

Musica d’occasione, musica d’intrattenimento e di consumo, musica cortigiana. Non è detto che ciò che ascoltiamo oggi nei dischi e nei concerti d’arte, di cosiddetta “musica colta” debba nascere dal più severo impegno e non dal più effimero istante d’una danza o d’uno svago. In platea, a pochi passi da noi, uno spettatore distingue le vaghe piacevolezze che ci sono ammanite dall’alta teoria degli studi di Bach.

Questi, per altro, meditava sull’arte della fuga senza rinunciare a intrattenersi anche in futili commediole familiari sulla moda del caffè. Se, dunque, alla corte di Francia si passava il tempo fra le danze e non con contrappunti e fughe a dodici voci, sarebbe inutile proporre confronti di merito sulla dottrina delle composizioni, ma conviene piuttosto ricordare che la teoria della tonalità classica nasce ufficialmente sulle rive della Senna con il trattato di Rameau, e soprattutto giova tener presente che ogni musica ha la sua peculiarità, il suo spirito che deve essere colto e interpretato. A nulla vale leggere la il sistema irradiato dal Re Sole con il metro compunto proprio di altre scritture, piuttosto bisogna comprendere che quest’arte nasce e vive della sua magnificenza, di organici spettacolari, di sonorità imponenti, colori, impasti timbrici, travolgenti e avvolgenti stupori barocchi. Nella poetica dell’effimero cui fine è la meraviglia si trova la chiave di lettura per una musica che deve semplicemente essere contestualizzata iuxta propria principia o, meglio, réduite à ses principes naturels.

Ciò non vuol dire, comunque, che non sia proprio dell’artista e dell’interprete il diritto di appropriarsi del testo anche alterandolo, anche rivisitandolo: la legittimità di ogni operazione dipende unicamente dalla credibilità e dall’efficacia del risultato, dall’autorevolezza teorica, filologica, artistica, creativa con cui l’esecutore realizza il suo intervento, quale esso sia. Deve sapere ciò che fa e saper convincere.

In questo Jordi Savall è senza dubbio bravissimo: si è specializzato, ha creato un complesso, Le concert des nations, che per quanto a organico variabile risulta subito riconoscibile, si è distinto e ha saputo abbracciare e approfondire diversi ambiti e stili. Dallo studio del Medioevo mediterraneo, del folklore andaluso, sefardita, moresco, trobadorico, guarda al Rinascimento e al Barocco e si è spinto fino a Mozart. Un percorso che potrebbe essere inteso filologicamente come enfatizzazione delle radici più antiche della musica occidentale, ma che tende anche a essere una sorta di lente speciale attraverso la quale rileggere in modo affatto personale la storia della musica e ogni singolo brano eseguito. Savall, insomma, ha formato il suo stile lavorando sulle tradizioni più antiche, fra lo storico e l’etnomusicologico, e alla fine ha modellato un suo linguaggio, un suo modo di vedere la musica, personale e spesso affascinante.

Non ci stupisce, né ci turba troppo, dunque, che, dedicando per la XXXII edizione del Bologna Festival un programma allo stile francese, lo proponga praticamente a parti reali, riducendone l’organico dalle ampie proporzioni originali a un massimo di nove soli esecutori. Una rilettura cameristica, essenziale può, anzi offrire intriganti suggestioni in termini di dinamiche e rapporti timbrici fra le diverse voci, con effetti che potrebbero essere sorprendenti proprio al fine di quel meraviglioso che evoca danze, immagini mitologiche e tempeste. Ascoltiamo suite di Marin Marais (dall’Alcione), Georg Muffat (Florilegium II, Suite IV, l’Impatientia) e Jean Philippe Rameau (da Les Boréades), le due ouverture della Senna festeggiante vivaldiana e l’Ouverture e Suite in Re maggiore TWV 55:D6 per viola da gamba concertante, archi e basso continuo di Georg Philipp Telemann, ovvero esempi di diversa estrazione della scuola francese e della sua influenza reale o nominale nella musica europea. Due suite da opere teatrali, due di natura strumentale, le ouverture d’una cantata celebrativa; tre autori allievi di Lully, uno che segnò, non senza polemica, una svolta nella storia della tragédie lyrique, un quarto, italiano, che omaggiava la scuola transalpina senza abdicare alla propria. Un mondo di richiami che merita un’approfondita esplorazione e che può dare suggestivi spinti anche per una rilettura attraverso la lente di Savall e del Concert des nations, giacché se nello splendore maestoso era la sua natura originale, il suo valore può esser rivelato anche nel cesello di un’esecuzione più intima, alla maniera preziosa dei madrigali.

Non tutti gli auspici, però, escono nell’ambito dei desiderata, perché la sala ampia dell’Auditorium Manzoni non favorisce un gioco delicato come questo e infatti avvertiamo un certo squilibrio fra la delicata viola da gamba di Savall e gli altri archi, che paiono decisamente più moderni. Affascinante alla vista, indubbio punto di riferimento per i compagni di palcoscenico, lo strumento del direttore perde inevitabilmente il suo ruolo centrale e il suo specifico apporto timbrico all’orecchio del pubblico. Quel senso antico e poetico quanto piacevolmente intimo e familiare di far musica insieme, nel calore lieve e nella leggerezza scattante di organici circoscritti si lascia solo intuire, ed è un peccato, perché è chiarissimo che il piacere di poche voci ben amalgamate e distinte, capaci di tutte le delicatezze coloristiche e dinamiche degli strumenti preromantici, avrebbe potuto conferire un coinvolgimento vivido e singolare anche alla straripante magnificenza e all’iperbolico illusionismo musicale delle feste sonore dei gigli d’oro. Per esempio, gli interventi dell’ottimo percussionista Pedro Estevan, figura da vecchio saggio sefardita o monaco eremita visionario, hanno un’efficacia pittorica e dinamica mediterranea tale da punteggiare alla perfezione, seppur concentrate nelle mani di un suolo uomo, i tuoni, le marce e le danze. Meritano di essere citati anche gli altri membri dell’ensemble, Marc Hantaï al traversiere (solista nel bis bachiano), Manfredo Kraemer e Guadalupe Del Moral, violino primo e secondo, Angelo Bartoletti, viola da braccio, Bal>ázs Máté, violoncello, Xavier Puertas, contrabbasso, Luca Guglielmi, clavicembalo. Tutti bravi e generosi nei bis (tutti in linea con il programma ufficiale, eccetto per un Bach che non ci è parso poi così distante, nel circolare europeo di arte e idee, da un linguaggio comune e da un’idea di civiltà musicale ben più intricata, partecipata e proteiforme di quanto non si creda), premiati con applausi entusiastici dal pubblico numerosissimo. Vedere persone in piedi concentratissime sulle balconate, protese nell’ascolto di Marais o Telemann, è un colpo d’occhio non meno affascinante della splendida viola da gamba elegantemente suonata da Savall, ma resta il rimpianto di un luogo più raccolto, di un’acustica più adeguata che, certo, avrebbe potuto accogliere meno persone, ma avrebbe meglio servito la musica e reso più interessante e compiuta l’intera operazione.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...