Don Gregorio di Donizetti in CD

Don Gregorio fra gli imbarazzi

recensione di Roberta Pedrotti
CD_Don GregorioG. Donizetti
Don Gregorio

Bordogna, Martirosyan, Trucco, Valerio, Scarpellini, Fratelli
direttore Carlo Montanari

Teatro Donizetti, Bergamo Musica Festival, novembre 2007
2 CD Dynamic 579/1-2, 2012

Elisir, Don Pasquale, Don Pasquale, Elisir. La produzione donizettiana sarebbe sufficientemente vasta, in ogni genere teatrale, da permettere un po’ più di fantasia qualora si volesse mettere in scena una sua opera buffa, ma in genere le alternative prese in considerazione sono al massimo La fille du régiment o Rita. Un poco più delle sporadiche riprese di cui ha goduto meriterebbe un’opera come L’ajo nell’imbarazzo (1824) o, nella versione napoletana, Don Gregorio (1826). Il soggetto è ad altissimo potenziale, con la figura del sessuofobo, misogino e misantropo marchese Giulio Antiquati che tratta ancora i figli, alle soglie dell’età adulta, come bambocci guardati a vista dal precettore. Il quale è un buon uomo e deve destreggiarsi fra il padrone e la scoperta che in realtà i ragazzi hanno saputo darsi da fare come potevano, uno intrecciando una relazione con la matura governante (toy boy ante litteram), l’altro, più fortunato, mettendo su addirittura famiglia con la bella e ricca vicina di casa. Scontro fra generazioni, scontro fra sessi: non va dimenticato che il libretto originale era di Jacopo Ferretti, autore pure della Matilde di Shabran rossiniana, altra storia di un misogino domato da una bella donna intraprendente e battagliera, e che i rondò finali delle due opere si somigliano non poco (“Femmine mie guardate: l’ho fatto delirar! Femmine siamo nate per vincere e regnar!” canta Matilde, e Gilda le fa eco “Donne care, qui fra noi regoliamo il nostro impero. Siamo serve ma regniamo e siam nate a comandar”), così come si somigliano i caratteri volitivi delle donne, l’una “figlia dell’illustre Shabran, morto in battaglia”, l’altra che proclama “figlia son d’un colonnello, ho uno spirito marziale”, questa che vanta le risorse del suo cervello e le letture “di romanzi e di novelle”, quella che enumerava le sue arti seduttive “quali Armida l’inventò, o un poeta li sognò”. Se là poi, c’era la contessa d’Arco a contendere lo stesso uomo, qui c’è Leonarda, gelosa più che altro della sua supremazia femminile nella casa del misantropo.

Siamo in un contesto borghese e quotidiano, quello in cui la commedia coglie, specchia, enfatizza i vizi e le manie della società, dove ridiamo dell’eccesso ma riconosciamo la vita concreta, in una sorta di surreale verosimile.

Dall’Ajoitaliano di Ferretti alla rielaborazione partenopea di Andrea Leone Tottola poco cambia nella sostanza, anche se la struttura dell’opera subisce una metamorfosi non indifferente, guadagnando per esempio un bel quintetto che però va a sostituire una nobile e significativa aria di Don Giulio, momento chiave per l’evoluzione del personaggio (“Ah chi de’ figli, o credulo”). Al baritono viene data in cambio una convenzionale cavatina nell’atto primo (“Basso, basso il cor mi dice”). Il personaggio soffre così una diminutio, così come cambia la prospettiva con cui viene visto il precettore Don Gregorio, un maestro vecchio stampo, un uom di lettere che si sarebbe trovato a suo agio più nelle biblioteche di Monaldo Leopardi (buon modello di Don Giulio) o del Don Ferrante manzoniano che alle prese con i pasticci sentimentali di due giovanotti reclusi dal padre puritano, ma che per innata bontà d’animo (nomen omen: di cognome fa Cordebono) si lascia trascinare nell’avventura, prendendo gusto e coraggio. Ora, vedere il severo insegnante esprimersi, lui solo, esclusivamente in vernacolo può risultare un tantino straniante, e ne ridimensiona un po’ l’auctoritas intellettuale riconducendolo allo schema bonario del buffo di tradizione. Paolo Bordogna (cui si deve anche la ricostruzione dei dialoghi parlati, a Napoli preferiti ai recitativi e andati poi perduti) dà però spessore al personaggio, sa valorizzarlo in questa sua bizzarra veste partenopea, sa interpretarlo da attore e da musicista completo e risulta così il vero e unico punto di forza di questa produzione. Anche al solo ascolto s’intende il lavoro di strettissima collaborazione con il regista, Roberto Recchia, per la definizione di una chiave di lettura dell’opera, che, pur in una caratterizzazione molto forte, non pregiudica mai lo stile e la pulizia del canto. Assolutamente non all’altezza del ruolo è, invece, il Don Giulio di Giorgio Valerio, voce di scarse attrattive e limitate risorse tecniche che gli impediscono di legare le frasi più nobili, di far schioccare i sillabati o di risolvere adeguatamente la tessitura, soprattutto il passaggio all’acuto. Caricaturale il Pippetto di Livio Scarpellini e in netta difficoltà Giorgio Trucco nei panni, impegnativi, del figlio maggiore Enrico, tanto simile all’Ernesto del Don Pasquale, ma con punte di maggior virtuosismo. Manca poi la primadonna, perché a confrontarsi con la Leonarda piuttosto stimbrata e spoggiata di Alessandra Fratelli c’è la Gilda acidula e tagliente, anch’ella con problemi di aria nella voce, di Elizaveta Martitrosyan. Con la direzione asciutta asciutta di Carlo Montanari ascoltiamo un cast, insomma, che, a parte Bordogna, stenta ad approssimarsi alla sufficienza e penalizza fortemente la proposta discografica ufficiale del Don Gregorio, opera che nella forma primigenia dell’Ajo nell’imbarazzo ha avuto la fortuna di una storia esecutiva breve ma assai brillante e che tuttavia resta ancora in attesa di un chiaro riordino filologico affidato a una compagnia all’altezza della situazione. Come spesso avviene le migliori intenzioni scientifiche del festival bergamasco sono tarpate dalla povertà dei mezzi e dei risultati artistici.

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