Krystian Zimerman e l’abbuffata pirata

Il pianista schivo

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È di qualche giorno fa la notizia di Krystian Zimerman che interrompe un concerto in Germania, disturbato da uno spettatore che lo sta riprendendo con lo smartphone. La reazione sarà stata giudicata da qualcuno forse eccessiva, forse scomposta, il fastidio mostrato magari sproporzionato, anche nei confronti del resto del pubblico, una bizzarria d’artista. Ma il pianista polacco è notoriamente molto sensibile da questo punto di vista e prima dei suoi concerti l’annuncio non è il semplice, abituale invito a spegnere i telefoni e a non fotografare e registrare, bensì un appello a rispettare l’idea che l’interprete ha del recital: un incontro fra amici con i quali vuole instaurare un rapporto di fiducia e confidenza, pregandoli di rispettare il suo desiderio di rendere unico l’evento. Ci fa sapere che se accendessimo un registratore o scattassimo una foto si sentirebbe “tradito”. Sembrerà forse un modo un po’ melodrammatico per tutelare i propri diritti d’immagine e discografici, ma perché non credergli? Se ci avverte in modo così preciso che gli è particolarmente sgradito, brandire una videocamera durante un suo concerto è quantomeno un gesto poco educato. Come mi consigliò una maschera di un importantissimo teatro, tanti anni fa: “Signorina, per cortesia, nasconda meglio il registratore”. E in qualche caso se ne può perfino fare a meno.

Zimerman, poi, non ha tutti i torti. Lo abbiamo sentito anche nell’ultimo recital al Bologna Festival: la sua è un’idea di pianoforte in cui il puro suono ha un ruolo centrale. La cura del tocco e dello strumento al fine di un totale dominio timbrico è perfino maniacale, e sortisce risultati anche strabilianti dal punto di vista tecnico. Sovente la tecnica arriva a farsi arte, ad affascinare, per esempio in certi preludi o nelle Estampes di Debussy in cui il pianoforte sembra a tratti un’arpa, o evoca liquidi bagliori di madreperla; o ancora in Brahms, nella seconda sonata, trattata come una sinfonia in cui una sola tastiera riesce a esprimere una gamma dinamica e coloristica inusitata. Ascoltandolo mi ricorda lo stupore infantile dei primissimi approcci al pianoforte, che allora mi sembrava strumento onnipotente, capace di contenere in sé tutti gli strumenti, tutte le gradazioni dinamiche, i colori, la dolcezza e la violenza, la percussione e la vibrazione della corda. Virtuoso del tocco e del timbro, Zimerman rievoca quel mondo e quell’incanto, ma come tutti gli stupori rischia, nell’arco di un recital, di avere durata limitata o intermittente, perché fraseggiatore non ha la stessa fantasia e varietà. Partendo da un sorvegliato classicismo, che pure ha avuto la sua importanza per la rilettura stilistica di certo repertorio preda di divismi romantici, non trova sempre quella cifra d’interprete che renda le sue letture profondamente interessanti al di là del fascino indiscutibile del tocco. Una scelta estetica, indubbiamente, un mezzo che diventa fine; una scelta rispettabile, talora intrigante e di grandissimo effetto, talaltra meno avvincente e più fredda.

Comunque sia, una visione dell’arte che va fruita dal vivo, a cui la registrazione è praticamente impossibile che renda piena giustizia. E allora, capiamo se Zimerman ama suonare dal vivo, con il suo pianoforte personale, programmi consolidati che possono variare secondo l’estro del momento. Capiamo se vuole condividere in sala questa sua esperienza di studio delle potenzialità timbriche e dinamiche dello strumento. E capiamo se desidera che le registrazioni in circolazione siano quelle ufficiali, da lui curate e approvate.

Ci sarà anche un aspetto economico, e quando racconta che si è visto negare contratti discografici con la scusa che “il brano nella sua esecuzione è già presente su youtube” possiamo ben capire la sua irritazione. Far musica è arte, ma è anche un lavoro. I musicisti non vivono d’aria, non mangiano note, non pagano le bollette con una sonata. Per qualcuno (non solo giovani desiderosi di farsi conoscere) le registrazioni amatoriali, i live pirata, i filmati su youtube sono pubblicità gratuita che fa solo piacere e diffonde l’immagine dell’artista. Per altri può essere un danno di mercato perché tarpa le ali alla discografia ufficiale. Tutti punti di vista da rispettare.

Io sono cresciuta fra scambi di cassette e VHS  live amatoriali, poi trasformatisi in file mp3 e video da condividere nei vari mezzi della rete. Spesso era l’unica via per conoscere certi titoli, certe interpretazioni, certi artisti. Spesso le migliori esecuzioni erano fuori dalla discografia ufficiale e il registratore del privato appassionato dev’essere benedetto in saecula saeculorum. Ma attenzione a non esagerare, a non farsi prendere dalla smania di documentare tutto sempre e comunque. Si finisce per diventare schiavi dei propri apparecchi, un’emanazione di essi che li porta a teatro con la funzione di reggerli, attivarli, controllarli e spegnerli. A volte va anche bene che l’esperienza dal vivo resti unica ed effimera, che si affidi al ricordo di un’emozione irripetibile, nel bene o nel male, dello spettacolo ma anche dei profumi del teatro, del clima, della compagnia.

Serbiamone un ricordo. Come preferiamo. Non solo impegnandoci a scattare foto e girare filmati a beneficio più di facebook e youtube che nostro. Documentiamo per noi e per i posteri quello che veramente teniamo a documentare. Oggi siamo sommersi di registrazioni d’ogni sorta, sembra che non si possa produrre una nota in un angolo del mondo senza che tutto l’orbe non l’abbia a disposizione in tempo pressoché reale. Sono le eccezioni a stupire, ma in tanta messe di testimonianze live non si rischia di perdersi e lasciarsi sfuggire ciò che veramente vale? Abbiamo a disposizione una ricchezza inestimabile, ma rischiamo l’indigestione.

Leggendo di Zimerman, l’ho associato a una recente intervista a Elio e le storie tese, in cui gli inventori del CD brulé (live autoprodotti immediatamente disponibili dopo il concerto) parlavano dell’appello a non filmare i concerti come una tutela anche del piacere di godersi in pace la serata senza filtrarla attraverso il monitor del telefonino. E io che non capisco nemmeno i colleghi che prendono appunti durante lo spettacolo! Anzi m’infastidisce proprio anche quello scribacchiare invece di guardare il palcoscenico.

“Signorina, nasconda meglio quel registratore”… così anche per lei sarà come non averlo e si gusterà l’opera (o il concerto) in tutta tranquillità.

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