Divorzio all’italiana di Battistelli a Bologna

Se il tenore vuole andare a letto con il soprano ma è sposato con un baritono…..

Divorzio ai tempi del matriarcato

di Roberta Pedrotti

BOLOGNA, Teatro Comunale_ Dimentichiamo Pietro Germi, dimentichiamo Mastroianni, dimentichiamo per un attimo Divorzio all’italiana, capolavoro cinematografico. E prepariamoci a Divorzio all’italiana, “azione musicale per il crepuscolo della famiglia” di Giorgio Battistelli, che ne ha curato anche il libretto tratto direttamente dalla sceneggiatura di Germi, Giannetti, De Concini. La vicenda è sempre quella del nobile siciliano che, non sopportando più la moglie, la getta fra le braccia di un antico spasimante per giustificare un delitto d’onore e scontare quindi una pena lieve senza perdere prestigio sociale per poi convolare con la bella e giovanissima cugina. Anche le parole sono spesso le medesime, ma il senso e la prospettiva cambiano. Rispetto al Don Ferdinando Cefalù di Mastroianni il Don Sandrino Ferraù tratteggiato da Battistelli è più una vittima degli eventi, di un ambiente soffocante, un giovanotto che per sfuggire a un meccanismo prova con qualche goffaggine a idearne un altro, diabolico, ma che sembra funzionare quasi per caso, sempre per propulsione di quella stessa società che l’aveva esasperato. Don Sandrino è sempre in scena al centro della narrazione, ma è una sorta di fulcro dinamicamente passivo, quando Don Ferdinando era un centro sensualmente demoniaco e attivo. Le forze drammatiche consistono piuttosto nel rapporto timbrico fra Sandrino (tenore) e un mondo compatto di voci gravi, in cui non solo il padre Don Gaetano e lo zio Don Calogero sono baritoni, ma dove anche tutte le donne sposate, sotterranee artefici di intrighi cittadini, sono affidate ai registri virili più bassi. Il richiamo palese è alla tradizione buffa del travesti maschile (Mamma Agata donizettiana in testa), con il dichiarato intento di esprimere un matriarcato sotterraneo opprimente e grottesco. Così restano isolati con il protagonista anche la giovane Angela, per anagrafe e connotazione simbolica inevitabilmente soprano, e Don Carmelo, lo spasimante di Rosalia e inconsapevole marionetta nelle mani di Sandrino, controtenore: due vittime e l’oggetto del desiderio, pronta, con l’inserimento nell’ecosistema familiare, a trasformarsi a sua volta in matriarca carnefice. Battistelli parla di crepuscolo della famiglia dovuto all’umana fragilità che mette a rischio la stabilità delle coppie, ma, invero, il problema sarebbe storicamente più endemico che epidemico. Se v’è un crepuscolo dovremmo riconoscere anche un’alba e un meriggio, mentre le famiglie felici e quelle infelici, quelle fortunate o sfortunate sono sempre esistite: l’uomo è animale sociale e cambiano soltanto le forme di unione che la comunità esprime, accetta e codifica nei tempi. Il soggetto di Divorzio all’italiana è l’immagine di un mondo per molti versi scomparso (quantomeno con l’abrogazione del delitto d’onore e l’introduzione del divorzio) o in via d’estinzione, ma innervato da alcuni temi proteiformi ed eterni, come il rapporto fra individuo e strutture sociali, rapporto fra sessi, violenza più o meno latente nelle relazioni d’ogni genere. Battistelli, non nuovo a trarre ispirazione dalla settima arte, sembra accompagnarlo più che svilupparlo, affidando il testo a una sorta di Sprechgesang ricco di onomatopee e gesti sonori, in un’atmosfera cupamente ciclica e omogenea per l’ora e mezza dell’atto unico. E un po’ dispiace che l’impurità stilistica di cui, giustamente, parla il compositore in un’intervista non trovi ulteriore sviluppo in un gioco che viri o verso il lato grottesco o verso quello gotico. Non imita, e a ragione, quell’equilibrio straordinario fra tragedia e commedia che Germi seppe realizzare, ma non propende nemmeno per una tensione allucinata in senso hitchcockiano, per una commedia macabra tout court, per il realismo o il surrealismo; né questi elementi sono contrapposti con efficacia, quanto piuttosto timidamente accennati. Benissimo essere impuri; sacrosanto, anzi, anche senza appellarsi all’Hugo del Cromwell, ma ci sarebbe piaciuto veder sviluppati con più coraggio e sbalzati con più energia i diversi caratteri del soggetto, ci sarebbe piaciuto un lavoro formale che abbozzasse, oltre al declamato e al recitar cantando, anche ironiche forme d’assieme. L’impressione è invece che la musica, più che lavorare in simbiosi con l’allestimento, lo segua e ne dipenda. Il lavoro di David Poutney, che tenne a battesimo l’opera in prima assoluta a Nancy nel 2009 e ora la presenta nel debutto italiano, sembra determinare principalmente la chiave di lettura e i registri stilistici. Con un’azione scenica perfettamente studiata, il punto di riferimento iconografico di De Chirico che rende alla perfezione la piazza reale e metafisica della cittadina dove tutti si spiano a vicenda, alcune proiezioni che ammiccano alle origini cinematografiche del testo (non solo con riferimenti a Germi e contemporanei, ma anche con un’apparizione di Angelo palesemente ispirata ad American Beauty), Poutney accende le tinte dello spettacolo, magari a volte caricando un po’ i toni, ma conferendo comunque una maggiore personalità alla produzione. Sotto la sua guida il cast – quasi completamente italiano e dunque aiutato dalla confidenza con la lingua, i temi e la fonte – si mostra divertito e affiatatissimo, né manca sulla scena il ritmo narrativo che invece la concezione musicale tenderebbe a circoscrivere in un clima più statico e uniforme.

Si potrà dire che l’impegno vocale per solisti e coristi è modesto, ma solo perché dai parametri tradizionali vira verso un’idea di teatralità del suono assai complessa da rendere. In realtà l’impressione è piuttosto che l’impegno sia sproporzionato al massimo risultato conseguibile, giacché nonostante tutto il lavoro profuso e alcune ottime prove attoriali l’opera non decolla. Citiamo doverosamente per primo il Don Sandrino di Cristiano Cremonini, cui spetta l’onore e l’onere di costituire il centro ininterrotto dell’azione per un’ora e mezza senza un momento di pausa. Poi le caratterizzazioni di Alfonso Antoniozzi (una Rosalia che evita la trappola della macchietta) e Gabriele Ribis (Don Gaetano). La madre di Sandrino è Marco Bussi, la zia Alessandro Spina e lo zio Nicolò Ceriani. Angela è affidata al soprano Sonia Visentin, mentre il controtenore Daichi Fujiki è Carmelo, l’amante di Rosalia, e Alessandro Busi sua moglie Immacolata. Completano il cast Maurizio Leoni, Fabrizio Beggi e Carlo Morini con i mimi Ignazio De Ruvo e Massimiliano Briarava. Il Coro del Comunale ha anch’esso poco da cantare in senso tradizionale, ma un peso ugualmente importante nell’economia della partitura, e assolve egregiamente al suo compito, come del resto l’orchestra ben diretta da Daniel Kawka, già direttore della prima assoluta dell’opera e quindi appassionato e sicuro.

Selezione dalla prima assoluta (Nancy 2009) con medesimi direttore e regista, ma cast vocale completamente differente.
 

Il pubblico applaude, ma non è numerosissimo. Nonostante la popolarità potenziale del titolo non giova l’ordine di programmazione che, dopo tre titoli di grande repertorio come Macbeth, Der fliegende Holländer e Norma, propone in successione un Gluck rarissimo, un Battistelli semi inedito e, in autunno, un Britten, The turn of the screw, che vorremmo considerare più consueto, ma con il quale sappiamo purtroppo che la maggioranza del pubblico non ha ancora la confidenza che meriterebbe. L’apertura e la curiosità diffuse verso le novità sono ancora da conquistare e vanno di pari passo non solo con una più larga diffusione della cultura teatrale e musicale (intesa non in senso nozionistico e tecnico, ma di abitudine e sensibilità) ma soprattutto con la cura e la qualità delle proposte. Oggi più che mai, mancando in gran parte il livello medio che l’intensa produzione dei secoli passati, i capolavori e i titoli più meritevoli d’essere conosciuti si distinguono da quelli meno efficaci ed ispirati. Con una prima assoluta (o quasi) la sfida comporta sempre un rischio che deve essere ben ponderato dalle direzioni dei teatri. In ogni caso le risorse artistiche per rappresentare l’opera degli ultimi decenni nel miglior modo possibile non mancherebbero: resta da selezionare ciò che val la pena rappresentare.

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