Don Quichotte della Bulgaria

Anastassov & Anastassov parte seconda: Massenet

di Roberta Pedrotti
Don Quichotte
J. Massenet

O. Anastasov, V. Anastasov, T. Sarambelieva

direttore Francesco Rosa

regista Plamen Kartaloff
Sofia National Opera, 7 marzo 2009
DVD Dynamic 33733, 2013

Dopo l’Attila, la Dynamic propone un altro Dvd dalla Bulgaria protagonisti i fratelli Anastasov (o Anastassov, secondo la grafia più abituale in Occidente). Questa volta siamo al chiuso, nel teatro dell’Opera di Sofia, invece del primo Verdi abbiamo il Massenet del Don Quichotte e i risultati sono nettamente migliori. In particolare il baritono Ventseslav, decisamente improponibile come Ezio, riesce a essere un Sancho Panza credibile, coinvolto e, in un repertorio più consono, la voce mostra buona grana, anche se la tecnica è incompleta e il passaggio all’acuto non ben risolto. Convince meno il più noto Orlin, che pure non è esposto dal punto di vista strettamente vocale quanto lo è in Attila e in altri ruoli nei quali siamo abituati a vederlo sulle ribalte internazionali. Tuttavia l’emissione morchiosa e poco duttile nelle dinamiche non corrisponde alla poesia che il Chevalier à la triste figure imporrebbe e il fraseggio risulta piuttosto monotono, manca l’involo di pagine come la preghiera nel quadro della Sierra, e di conseguenza l’esaltazione eroica spicca con meno visionaria autorità.

Tsveta Sarambelieva si rinfranca nel corso della recita, veste con disinvoltura i costumi fetish di Dulcinée, ma la voce è piuttosto secca, tagliente, priva di fascino e morbidezza. Puntuali il quartetto al suo seguito (Silvia Teneva e Rositsa Pavlova-Indzheva en travesti, Plamen Papazikov e Krasimir Dinev), gli attori e i figuranti.

Note decisamente più positive per la direzione elegante di Francesco Rosa e per i complessi dell’Opera di Sofia, che al chiuso possono esprimersi evidentemente molto meglio che negli spazi aperti dove era allestito Attila. Si segnala solo un calo di tensione drammatica nel finale, alla morte di Don Quichotte, per il resto la lettura è molto fluida e il livello professionale quello tradizionalmente riconosciuto alle scuole musicali dell’Est, in molti casi ancora una garanzia d’inattaccabile preparazione.

Il regista Plamen Kartaloff è il medesimo dell’Attila già recensito. La cura scenografica è sempre encomiabile, e anche nel suo caso la resa complessiva certamente più compiuta in uno spazio tradizionale. L’idea di collocare il mito del pouvre idéologue in un frenetico e degradato spazio urbano, enfatizzandone il carattere surreale e borderline è senza dubbio interessante, e il quadro della sierra e dei briganti ambientato in una sala da gioco d’azzardo è senza dubbio ben trovato, per quanto la regia pecchi talvolta di qualche eccesso, ingenuità o scarsa chiarezza (il coro che passeggia tenendo il viso incorniciato da un rettangolo bianco anche variamente decorato). Emblematico il cambio di prospettive nell’impresa più celebre del cavaliere della Mancha, in cui non abbiamo più il piano del reale razionale (i mulini a vento) e quello dell’immaginazione visionaria (i giganti), giacché di mulini fra i grattacieli contemporanei non si trova normalmente traccia: invece di sostituire l’elemento materiale e quotidiano della Spagna seicentesca con uno omologo odierno si preferisce dunque rendere onirico anche il piano reale, si proiettano in cielo le pale, solo nel finale raddoppiate da concrete ruote meccaniche armate di guantoni come le braccia dei mostri. L’impressione è dunque di una scelta più estetica che semantica e simbolica nell’utilizzo dello spazio celeste ritagliato fra gli edifici per la proiezione dei pensieri e dei sogni di Don Quichotte. Di uno spettacolo animato dal desiderio di realizzare un teatro non banale, anche se non sempre coronato dal successo e dalla compiutezza; di uno spettacolo che, senza possedere i crismi del talento registico superiore, alterna felici intuizioni e cadute in facili trabocchetti.

Di consolidato livello professionale la parte tecnica.

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