Logos e maturità: esame di stato 2013

Ho trovato molto belle le tracce per la prima prova dell’esame di maturità di quest’anno. Difficili, ma belle.

Meno belle mi parvero le tracce del mio esame, seppure toccassero, è vero, anche temi importanti, ma tutto mi pareva più freddo e scelsi il classico tema storico sull’Olocausto. C’erano poi il lavoro minorile, la politica di Giolitti, l’Italia fra emigrazione e immigrazione, da Gutenberg all’ebook (curiosamente riemerso quest’anno per la seconda prova al linguistico), il male di vivere nell’arte, una poesia di Saba. Sono convinta che da ogni tema si possa sviluppare una trattazione interessante, ma sicuramente alcune proposte sono formulate meglio e sono più stimolanti di altre.

Molto stimolanti erano il discorso sul rapporto fra Stato, mercato e democrazia, sulla società di massa, sulla ricerca scientifica, gli omicidi politici, i paesi emergenti, la cooperazione e la società, l’analisi del testo di Magris sul viaggio. Tutte tracce che mettono veramente alla prova la maturità del giovane, che gli propongono di riflettere e di utilizzare gli strumenti critici che la scuola dovrebbe fornire non per sciorinare con eleganza una serie di dati e nozioni, ma per argomentare una propria idea ben ragionata. Chi si arena di fronte a un testo solo perché non gli è stato spiegato in classe, chi tratta l’attualità basandosi su qualche slogan strumentale condiviso su Facebook non potrà dirsi maturo. Lo è chi a diciannove anni sa farsi una propria idea, sa informarsi, capire, leggere fra le righe, approfondire per essere cittadino consapevole e responsabile, non un eterno bamboccio dipendente da idee altrui, un apatico superficiale, facile preda delle propagande.

Per questo ho trovato non solo estremamente sgradevoli, ma anche profondamente sbagliate e perfino dannose, fuorvianti le polemiche sterili contro la scelta del testo di Claudio Magris. Analisi del testo è la tipologia di tema e si presume che lo scopo della scuola sia quello di rendere le persone in grado di comprendere la maggior quantità possibile di testi. Non trattandosi di appunti sperimentali di fisica quantistica o di una tavoletta in caratteri cuneiformi, ma di una ventina di righe in italiano contemporaneo, assolutamente non specialistiche, non vedo perché un baldo giovanotto che desidera conseguire, dopo almeno tredici anni di scuola, un diploma non possa analizzarlo e capirlo.

Se così fosse la questione sarebbe gravissima, significherebbe che la scuola fornisce solo nozioni sterili e che la scrittura, l’espressione autonoma dell’individuo, non va oltre la ripetizione o al massimo rielaborazione di ciò che gli è stato inculcato. In sede d’esame non si potrà interrogare sulla seconda guerra mondiale chi in classe è arrivato solo alla prima, ma potrò chiedergli di capire un testo anche se non è stato oggetto di una lezione. E potrò sperare che, quale che sia stato il programma svolto a scuola, sappia avere la curiosità e il metodo per imparare ancora qualcosa in più nella vita, per uscire dai confini delle pagine assegnate da studiare per il compito in classe, l’interrogazione, l’esame.

Nemmeno la seconda prova dovrebbe essere semplicemente tecnica e nozionistica. Dovrebbe portare a ragionare: non è detto che si traducano testi che già bene o male conosciamo, che ci si trovi di fronte a problemi e quesiti ben noti. Ma se siamo cresciuti e la scuola ci ha fornito gli strumenti dovremmo saperli affrontare. E, almeno nel caso delle versioni classiche, dovremmo avere anche un contenuto su cui riflettere. Nel mio caso fu Vitruvio, versione indubbiamente facile, ma autore che spaventò un po’ tutti al primo impatto perché mai affrontato in classe. Autore di trattati d’architettura, nel nostro caso indicava le caratteristiche della formazione intellettuale ideale per l’architetto, ma in senso lato per ogni uomo, cui avrebbe giovato anche senza diventarne specialista, rivolgere i propri interessi a più discipline, anche per completarle a vicenda e comprenderne i legami.

At fortasse mirum videbitur imperitis hominis posse naturam tantum numerum doctrinarum perdiscere et memoria continere. Cum autem animadverterint omnes disciplinas inter se coniunctionem rerum et communicationem habere fieri posse faciliter credent; encyclios enim disciplina uti corpus unum ex his membris est composita.

E forse parrà sorprendente agli inesperti che la natura dell’uomo possa apprendere un tale numero di dottrine e memorizzarle. Tuttavia accorgendosi che tutte le discipline fra loro hanno un’unione e un collegamento, comprenderanno che ciò più facilmente possa avvenire; infatti una disciplina generale è composta come un corpo solo da queste membra.

Quest’anno invece rileggiamo Quintiliano e con lui l’importanza della parola, del linguaggio, la sua corrispondenza con il contenuto nella giusta misura di pathos, eloquenza, concisione. Un elogio di Omero che può aprire le porte a una riflessione sul logos stesso. E, in fondo, sia che si tratti di argomentare e sviluppare un tema, di tradurre da un’altra lingua (viva o cosiddetta morta), di risolvere un problema con la logica e la matematica, è sempre al logos che torniamo. Il principio, ma anche lo scopo e il crisma della maturità.

Sed nunc genera ipsa lectionum, quae praecipue convenire intendentibus ut oratores fiant existimem, persequor.
XLVI. Igitur, ut Aratus ab Iove incipiendum putat, ita nos rite coepturi ab Homero videmur. Hic enim, quem ad modum ex Oceano dicit ipse amnium fontiumque cursus initium capere, omnibus eloquentiae partibus exemplum et ortum dedit. hunc nemo in magnis rebus sublimitate, in parvis proprietate superaverit. Idem laetus ac pressus, iucundus et gravis, tum copia tum brevitate mirabilis, nec poetica modo sed oratoria virtute eminentissimus.
XLVII. Nam ut de laudibus exhortationibus consolationibus taceam, nonne vel nonus liber, quo missa ad Achillem legatio continetur, vel in primo inter duces illa contentio vel dictae in secundo sententiae omnis litium atque consiliorum explicant artes?
XLVIII. Adfectus quidem vel illos mites vel hos concitatos nemo erit tam indoctus qui non in sua potestate hunc auctorem habuisse fateatur. Age vero, non utriusque operis ingressu in paucissimis versibus legem prohoemiorum non dico servavit, sed constituit? Nam et benivolum auditorem invocatione dearum quas praesidere vatibus creditum est et intentum proposita rerum magnitudine et docilem summa celeriter comprensa facit

Ora però tratterò di quegli stessi generi di letture, che particolarmente potrei ritenere si addicano a coloro che si propongono di divenire oratori. Dunque, come Arato reputa che si debba iniziare da Giove, così a giusta ragione sembra che noi inizieremo da Omero. Egli infatti, come proprio luiafferma che i corsi di tutte le fonti e di tutti i fiumi prendano inizio dall’Oceano, diede a tutte le ripartizioni dell’eloquenza origine ed esempio. Nessuno, infatti, potrebbe superare Omero per la sublimità negli argomenti elevati, nessuno per la proprietà di linguaggio in quelli umili. Il medesimo poeta abbondante e conciso, gradevole e se rio, mirabile sia per la quantità sia per la brevità è eccellente non solo per la virtù poetica ma anche per quella oratoria. Infatti per tacere degli elogi, delle esortazioni, delle consolazioni, forse che il nono libro, nel quale è contenuta l’ambasceria mandata ad Achille, o quella famosa contesa tra i duci nel primo libro oppure i pensieri espressi nel secondo, non illustrano tutte le tecniche dei dibattiti e delle deliberazioni? Certamente non ci sarà nessuno tanto incolto che non ammetta che questo poeta abbia avuto in suo potere i sentimenti e quelli delicati e questi violenti. Orsù in verità non dovrei dire che Omero osservò, ma anche stabilì la regola dei proemi in pochissimi versi all’inizio di entrambi i suoi poemi? Infatti egli rende benevolo l’ascoltatore con l’invocazione alle Muse, che è stato creduto che assistessero i vati, e lo rende attento, mostra tagli la grandezza degli argomenti e infine disponibile ad imparare, rapidamente sintetizzate le parti principali. In verità chi potrebbe narrare più sinteticamente di colui che annuncia la morte di Patroclo, chi più efficacemente di colui che racconta lo scontro dei Cureti e degli Etoli?

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