La caduta di Gierusalemme a Barga

Nabucco barocco in Garfagnana

di Roberta Pedrotti

G. Petrini, A. Allegrezza

 

BARGA (LU) 14 luglio 2013 – L’oratorio non va confuso con l’opera, ma sarebbe un errore altrettanto grande negargli potenza drammaturgica e psicologica, imbalsamarlo in schemi impettiti e liquidarlo come seriosa catechesi. Anche senza scomodare gli sfolgoranti oratori profani di Händel, nella sterminata e non ancora sufficientemente esplorata produzione religiosa troviamo sovente lavori liberi da convenzioni, nei quali è possibile usufruire di masse corali e strumentali impensabili nel teatro d’opera, nei quali la spettacolarità è tutta demandata all’illustrazione musicale svincolata da ogni costrizione, il divismo non ha spazio e la dottrina viene esposta anche attraverso insospettabili sottigliezze e licenze nello scandaglio dell’animo umano. È soprattutto quest’ultima la chiave della Caduta di Gierusalemme di Giovanni Paolo Colonna, presentata in prima italiana moderna nella nuova edizione critica di Francesco Lora: oratorio composto per Modena nel 1688 e ripreso poi a Bologna e Lucca nel ’90 e nel ’95, non s’impone per barocca spettacolarità, né per effetti narrativi o per organico (manca, come da prassi in Italia, il coro), quanto piuttosto per l’intelligenza drammaturgica e il pathos palpitante che veicolano il messaggio morale. La vicenda è collocata, recita il sottotitolo, sotto l’imperio di Sedecìa, ultimo re d’Israelle, e sviluppa il tema dell’empietà e dell’hybris del sovrano soccombente a Nabucco, già ampiamente e diversamente trattato soprattutto come monito ai potenti e, dunque, d’immediata urgenza politica. All’epoca di Colonna il riferimento diretto furono le tensioni fra il rampante impero ottomano e l’Europa; oggi a Barga si decide di presentare l’oratorio in forma scenica e ci si riallaccia alla contemporaneità del Medio Oriente, seppur privo di connotati troppo precisi. La scelta è comunque vincente perché non solo permette un’immersione più vivida e diretta in questa particolare forma di dramma, ma è anche realizzata assai bene con una forte caratterizzazione di ogni personaggio e un perfetto equilibrio d’insieme da parte della regista Dagny Müller, che sembra smentire nei fatti la non completa fiducia nella teatralità della partitura dichiarata nelle note di regia.

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