Luciano Canfora a Marzabotto

Il canto della cicala e il profumo della menta

di Roberta Pedrotti

Gli scavi archeologici di Marzabotto profumano di menta. Le pietre antiche, mai più abitate da millenni, la terra sabbiosa smossa dagli archeologi sembrerebbero non poter avere odore, forse solo gli ipogei evocano nelle narici un’umidità fresca e pungente. Ma Marzabotto sa di menta, di una qualche varietà che, selvatica, cresce copiosa in tutta la spianata dell’antica Kainua, fin su sull’acropoli e verso la necropoli. I grilli e le cicale non cessano il loro canto e le nuvole di moscerini del crepuscolo non danno fastidio: tutti stanno semplicemente lì, è il loro spazio, e dopo che gli etruschi se ne sono andati noi oggi siamo forse degli intrusi, sicuramente degli ospiti fra pietre che ancora profumano e vivono.

Ogni serata del Festival della Commedia Antica si apre con una visita guidata gratuita alla città: il nostro archeologo si chiama Giacomo Mancuso ed è giovanissimo. Con lui si raduna, poi, un gruppetto di ragazzi, amici, colleghi. Ci si potrebbe chiedere cosa li spinga, oggi, senza grandi prospettive in un mondo che non mette certo al primo posto le loro professionalità, a curare una a una le pietre e le tracce del tempio cittadino di Tinia, dell’agorà, delle plateiai (le vie principali nella pianta ortogonale), delle abitazioni e del cippo rituale per la rifondazione della città, dell’area sacra dell’acropoli, con i templi e gli altari, delle due necropoli. A guidare questa piccola comitiva eterogenea ma motivatissima, che fa domande, si mostra già ferrata al punto da porre quesiti tecnici dettagliati e sobbalzare alla notizia (non così travolgente per una povera ignorante di edilizia) che gli etruschi, “con quel clima”, utilizzavano mattoni a secco. Chi glielo fa fare? L’ardore con cui fa parlare quelle stesse pietre, quello sguardo orgoglioso alla comune richiesta di posticipare la cena per poter proseguire la visita fin su all’acropoli e che si mescola a un guizzo di sano appetito subito represso. Con la cultura non si mangia? La cultura è fatta dagli uomini, è parte della vita in ogni suo aspetto, fisico non meno che spirituale. Mangiamo e viviamo, la cultura è e deve essere anche ciò che mangiamo, ciò che siamo e che viviamo. Chi lo nega, e nega l’importanza (anche economica) per la società della Storia, dell’Arte e del Pensiero, nega il senso stesso del nostro dirci uomini. Le stesse cicale del mito platonico hanno perso l’originaria natura umana per aver sacrificato alle muse il cibo e l’amore. E ora, con i grilli, cantano senza sosta per noi, che seguiamo i passi degli antichi abitanti di Keinua (Misa, com’era detta un tempo), che ci sediamo, mentre il sole tramonta sui colli e le calanche, per una cena leggera proposta da un agriturismo locale, e poi migriamo, al calar del crepuscolo, verso la necropoli. Il trillo universale, panico, satura l’aria di decibel, ma non ci assorda. Ripetono il ciclo incessante della natura e tornano, forse inconsapevoli, a cantare per quell’Atene che le volle sacre, simbolo della sua stessa mitica pretesa di autoctonia. Le ombre delle pietre sepolcrali si allungano e si trasformano nell’orchestra di un teatro naturale sulla cui cavea ci stendiamo sotto le stelle.

Luciano Canfora si aggirava già da un paio d’ore, come noi, fra il museo e l’area archeologica, accolto dai padroni di casa, dirigenti e autorità. Ora scende, ben illuminato, al centro dell’orchestra e parla di Atene. Del teatro di Atene. Lo fa per due ore, con il suo stile amabile e arguto, tagliente e brillante, che dipana immense conoscenze senza ostentarle, ma facendoti sentire parte di quella straordinaria familiarità con il quotidiano del IV e V secolo avanti Cristo. Perché tutto quello di cui parla è quotidiano, perfino inquietante nel parallelismo patente non solo fra quel passato e il presente, ma con ogni tempo, seppure l’umana miopia tenda ad astrarre il lontano e a schematizzarne le forme. Siamo sempre quelli, la Storia è maestra che non usa modelli esemplari, ma ci porge uno specchio, e spesso ciò che vediamo riflesso ci spaventa per l’ambiguità fra bene e male, giusto e ingiusto che eternamente ritorna.

Con la virtù di Omero, Canfora parla di Alcibiade e Senofonte, di Euripide e Aristofane, di Crizia e di Socrate, e dice così molto di più. Forma e contenuto coincidono, perché la chiarezza, la proprietà, la forza del logos nel suo più nobile utilizzo è un valore di per sé, che permea ogni informazione, ogni riflessione, ogni concetto espresso dal professore, filologo nel più profondo autentico senso della parola. Un Maestro, per il suo modo di vivere e comunicare il rapporto con la Storia più ancora che per la pura e semplice dottrina.

Alle domande dal pubblico risponde di getto, con passione e puntualità, cogliendo quasi lo spunto per aprire nuovi mondi, per ulteriori piccole conferenze. Avvicinato al termine della serata quegli occhi profondi, colmi d’intelligenza e sapere, sembrano inchiodarti di fronte a lui, sempre cordiale e disponibile, anche di fronte alle poche parole che, per emozione e soggezione, mi paiono così banali mentre le sto pronunciando. 

Sotto le stelle saremo stati un centinaio, stesi sull’erba profumata con i nostri zaini e le coperte da pic-nic, persone di ogni età in una splendida sera d’estate.

Una ragazza, sul sentiero verso il parcheggio, mormora con gli amici “Bravo, bravo… e anche bello!”

Ecco, scorrendo sulle pagine web del Festival della Commedia Antica di Marzabotto – uno staff davvero simpatico e appassionato che ha indovinato la formula giusta per valorizzare con un bel clima accogliente una straordinaria cornice storica e naturale – sembra che i media locali abbiano prestato più attenzione alla presenza di Eva Grimaldi come interprete di Circe in un dramma satiresco di Ettore Romagnoli. Non mi permetterò mai di giudicare uno spettacolo e una prestazione cui non ho potuto assistere, ma sicuramente anche per tanti i colleghi giornalisti il volano dell’interesse sarà stato soprattutto la fama televisiva, non il risultato (buono o meno che fosse). Così cantano le sirene della comunicazione.

Noi a quelle sirene preferiamo le nostre cicale, il profumo della menta, l’acropoli e le calanche, un giovane studioso e un grande Maestro. Kaloskagathos: “Bravo, bravo…. e anche bello” per le sue virtù.

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