Topolino, Pippo e la filologia musicale

Yuk! Chi dice che l’opera è noiosa non ne ha mai vista una!

Poteva la filologia musicale trovarsi al centro di un’avventura di Topolino e Pippo? Se è avvenuto dobbiamo ringraziare la penna felice di Francesco Artibani, una delle punte di diamante della nuova generazione di sceneggiatori Disney, già autore di storie memorabili come Zio Paperone e l’ultima avventura, Topolino e la promessa del gatto (giallo con l’apparizione del commissario Topalbano), Moby Dick.
L’incipit per gli addetti ai lavori e per chi s’interessi un po’ di filologia è a dir poco folgorante: un musicologo tedesco chiede una consulenza al professor Zapotec del museo di Topolinia per verificare alcune varianti sostanziali constatate in un manoscritto di Aida coevo alla prima milanese e all’apparenza autentico. Quello che normalmente gli studiosi appurano con minuziose ricerche d’archivio, analisi di carte, inchiostri, documenti, epistolari, può essere risolto nel mondo dei fumetti con un semplice viaggio nel tempo dei due eroi grazie alla macchina di Zapotec e del dottor Marlin, ma in questa fantafilologia che intreccia Gossett e Zedda con Indiana Jones (o, meglio, Pipps) e Marty McFly, la questione musicale non rimane un pretesto, anzi, viene analizzata mostrando un passo di partitura con tonalità correttamente alterata, parlando di variazioni, trasposizioni, ripetizioni difformi dall’autografo noto.
La ricerca musicologica, opportunamente romanzata, diventa dunque la chiave di un’avventura a fumetti, non solo il pretesto del viaggio, ma anche il centro di un complotto di ben più vaste proporzioni in cui Verdi è protagonista dipinto da Artibani con rispetto e sensibilità, senza mai apparire didascalico: anzi, il carattere burbero ma anche schietto e giusto, l’amore per la terra, l’attenzione scrupolosa al rispetto delle sue volontà artistiche compaiono sempre ben motivate dallo sviluppo narrativo e determinanti per l’evoluzione della vicenda.
A intrecciarsi con la ricerca musicale c’è un intrigo che non risparmia cospirazioni, riflessioni politiche e sociali, attentati omicidi orchestrati da nobili capitalisti per scatenare (con una quarantina d’anni d’anticipo) una guerra mondiale che vada a rimpinguare gli affari nell’industria pesante e a ripristinare uno status quo di privilegio preunitario.

Non c’è, comunque spazio per buonismo dolciastro, come evidenzia l’episodio del falso orfanello, né le citazioni (come quella dell’ultima tavola) danno l’impressione di facile sentimentalismo. Anzi, quella stretta di mano in controluce, sinceramente sentita da sceneggiatore e disegnatore, è veramente, sinceramente emozionante, come lo erano le allusioni a Barks e Cimino nell’Ultima avventura (ogni ammiratore del grande Rodolfo avrà sentito una stretta alla gola e una lacrimuccia brillare al lato dell’occhio leggendo che “in ogni avventura che si rispetti c’è un bel mezzo di trasporto”). Artibani non strizza l’occhio al nerd o al nostalgico, rende omaggio a una grande tradizione portando il suo contributo originale, questo lo rende coinvolgente là dove altri sarebbero didascalici e scontati.

Fantamusicologia e fantapolitica ma con i piedi ben piantati per terra e precise cognizioni storiche che permettono alla sceneggiatura di non perdersi o ingolfarsi nello spazio di 40 tavole. Nel raccontare del debutto milanese di Aida, Artibani si prende un’unica libertà, ma è licenza poetica fondamentale per l’intrigo che non ci sia Franco Faccio sul podio, ma tale Rossetti (e il silenzio sia loquace, per non turbare la sorpresa a chi dovesse ancora leggere).

Complice un Paolo Mottura che con il suo tratto espressivo e le sue prospettive ardite ci restituisce le espressioni del Maestro, le emozioni delle scenografie di primo e terz’atto (magnifico, quasi cinematografico il finale d’azione intrecciato al duetto Aida-Radames), Milano e S. Agata, la Scala e i bassifondi industriali, e fa sì che non si possa veramente distinguere se la buca è all’italiana o, come oggi e come la volle Toscanini, già wagneriana, anche se l’ultima vignetta di pagina 47 fa propendere per una scrupolosa coscienza filologica. Non lascia, insomma, adito a nessuna critica minuziosa, sfumando i contorni fra realtà e creazione in un gioiellino che merita di entrare nell’albo d’oro del fumetto, perfettamente godibile da melomani, addetti ai lavori musicali, esperti e appassionati di paperi e topi. In perfetta

Altra grata sorpresa viene dall’ampio redazionale dedicato a Verdi, ad Aida e alla Traviata. Qui qualche appunto va però fatto, notando la concordanza scorretta “la soprano” invece di “il soprano” e soprattutto l’inveterata e infondata leggenda della prima di Aida (1871) per l’inaugurazione del Canale di Suez (1869): in realtà il Kedivè Ismail Pascià, grande appassionato verdiano, aveva inaugurato contemporaneamente al canale il teatro del Cairo con Rigoletto, dopodiché, semplicemente, aveva corteggiato Verdi (ma anche, di ripiego, Gounod) per un’opera d’argomento egiziano composta appositamente per il suo teatro. Per il resto, e pagato il tributo aziendale con la citazione del teen drama Disney del momento (Violetta, nulla a che fare, naturalmente, con la Valery), tanto di cappello: servizio ben curato dal punto di vista iconografico, serio e leggero quel che basta per un target di non esperti, per di più anagraficamente assai variegato. In particolare abbiamo apprezzato la naturalezza e la grazia con cui si fa riferimento senza falsi pudori e censure alla convivenza scandalosa con la Strepponi e all’affaire fra Verdi e Teresa Stolz (definita “amica speciale” di cui il compositore “si invaghisce” ma che “molla il colpo perché non se la sente di rovinare la coppia”).

Complimenti alla direttrice: Valentina De Poli mette a segno un altro colpo vincente nella sua fortunata gestione, che dopo qualche anno di appannamento ha riportato Topolino a vertici qualitativi indiscutibili. E ci regala un’inestimabile perla di pippica saggezza, che da sola varrebbe l’intero albo, quando il bizzarro amico del topo più famoso del mondo esclama “Yuk! Chi dice che l’opera è noiosa non ne ha mai vista una!”

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2 risposte a “Topolino, Pippo e la filologia musicale

  1. Complimento per la bellissima recensione (che leggo solo ora, avendo appena scoperto il tuo blog!). Da amante sia dei fumetti che dell’opera, mi dispiace di essermi perso questa storia, che provvederò al più presto a recuperare… Nel frattempo, ti ho inserito fra i link del mio blog dedicato all’opera. Ciao!

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