Taddei e Bruson, ricordi a confronto

Peppino e Renato, tramonti opposti

di Roberta Pedrotti

Era il 1996, avevo 15 anni ed ero andata a S. Lorenzo in campo, a pochi chilometri da Pesaro, per ascoltare Rockwell Blake una volta in più fra due repliche dell’Occasione fa il ladro al Rof. Ma quella sera c’era anche Giuseppe Taddei.

Lo ricordo come se l’avessi ora davanti agli occhi, lui che dopo il concerto era uscito dal teatro con un berretto dei New York Yankees, lui che pensavo fosse quasi a un concerto d’addio, e che invece s sarebbe esibito per almeno un altro decennio, fino all’ultimo.

Avevamo per Peppino un’affettuosa condiscendenza, applaudivamo pensando al monumento della storia del canto che ci trovavamo di fronte, sul palcoscenico, forse per l’ultima volta. Si è creato, però, un coinvolgimento sincero nel vedere la passione di quest’uomo che a 80 anni viveva il canto, il teatro con un trasporto sincero, commuovente, contagioso. Era un concerto, anche una festa in suo onore, e cantò “Non più andrai”, cantò “Mondo ladro” e volle chiudere con “Quand’ero paggio”, a cappella.

Non cantava più in opere complete, non sembrava aver pretese, era anziano, ma così energico, così arzillo, così brillante da far davvero sentire l’estate di San Martino in una voce, per forza di cose, con qualche affanno.

Ho un bel ricordo di quell’ultimo Taddei ottantenne.

Nell’ottobre del 2013 ho visto Renato Bruson come Falstaff. Settantanove anni, una forma imbarazzante, una recita dolorosa e faticosa, che dimenticherò a fatica, anche se mi piacerebbe cancellare l’immagine di un uomo anziano che arranca infilandosi nella cesta con il direttore che pietosamente rallenta all’inverosimile i tempi, l’eco d’una voce rauca, malferma, incapace ormai di seguire ritmo e intonazione.

Oggi Renato Bruson è agli onori delle cronache per aver battibeccato con il pubblico che rumoreggiava contro il suo Jago a Salerno. Ha invitato chi lo contestava (pubblico pagante) ad andarsene e si è sentito ribattere che doveva essere lui a lasciare il palcoscenico. Per sempre.

Bruson si era dichiarato malato, ma da quanto si dice la sua prova non era dissimile da quella – senza annunci di sorta – cui ho assistito a Busseto. In ogni caso la dignità e il rispetto del Teatro, del Compositore, del Pubblico non dovrebbero consigliare di andare in scena sempre e comunque, non dovrebbero autorizzare l’attacco al pubblico. La debolezza dell’artista si condona all’uomo o alla donna, non l’arroganza.

Di Taddei serberò il ricordo di un uomo che amava il teatro, la musica, il pubblico, il suo mestiere. Di Bruson la pessima fine di una carriera che ha avuto momenti magnifici, ma che avrebbe dovuto avere il realismo e l’onestà di ammettere il declino e chiudersi qualche anno fa.

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