Tradurre l’opera

Wagner in italiano?

ripropongo questa breve riflessione pubblicata su Gli amici della musica ormai un paio d’anni fa, in risposta a un intervento di Daniele Rubboli che auspicava un ritorno al Wagner in versione ritmica italiana…

Ci avviamo in un crescendo esponenziale alle celebrazioni del bicentenario wagneriano. Siegfried alla Scala prelude al Lohengrin inaugurale, Tristan und Isolde apre la stagione veneziana in tandem con Otello, Der fliegende Holländer ha dato il via al cartellone torinese. Del grande risultato artistico di quest’ultimo abbiamo riferito, e condividiamo appieno l’entusiasmo espresso in merito anche dal collega Daniele Rubboli. E accogliamo come un invito al dibattito la sua (ri)proposta sul Wagner italiano, che suona quasi come una molteplice provocazione. È vero, l’Italia ha dato al repertorio wagneriano voci memorabili, interpretazioni storiche che davano spesso continuità a quella linea interpretativa affine a quanto possiamo immaginare nelle intenzioni originali di un autore schietto ammiratore del canto all’italiana, immerso per molti versi nel linguaggio del primo romanticismo europeo, ideatore di un teatro che privilegia acusticamente le voci rispetto a una compagine orchestrale pur assai arricchita (ma anche gestita in modo da non dover mai esser prevaricante). Il Wagner all’italiana poteva e doveva essere la risposta allo sviluppo di un canto stentoreo e granitico impresso dalla gestione di Cosima, ancor oggi sarebbe la miglior soluzione da riscoprire per render piena giustizia a una scrittura spesso strapazzata da gole che si induriscono alla ricerca dei decibel. Con un pizzico d’orgoglio mi piace ricordare almeno il Lohengrin del mio concittadino Giacinto Prandelli al fianco di Renata Tebaldi. Ma, reso il debito tributo alla memoria e alla Storia, ribadito come in ogni repertorio la tecnica belcantista – intesa in senso lato come canto legato, basato su una buona gestione del fiato – sia lo strumento principe per realizzare le intenzioni di un artista intelligente, penso che la questione delle traduzioni costituisca un discorso a parte. Fino a non troppi decenni fa era considerato normalissimo dagli stessi autori volgere i libretti nelle lingue del pubblico per cui l’opera è rappresentata, che Poulenc e Stravinskij diedero alla Scala e a Venezia prime assolute di loro lavori in versioni ritmiche italiane, ma non bisogna scordare che in questi decenni il mondo è cambiato rapidamente, i nostri confini si sono allargati e nel contempo le distanze si sono ristrette.

Oggi abbiamo in scena artisti provenienti da ogni angolo del pianeta impegnati ad abbracciare, ciascuno secondo la sua vocazione e le sue qualità, oltre quattro secoli di storia della musica rispondendo a diverse poetiche in italiano, francese, tedesco, inglese, russo, ceco, ecc ecc. Sarebbe impensabile costringerli a ristudiare ogni volta l’opera nella lingua del paese dove viene rappresentata, facilmente improduttivo in termini di omogeneità e chiarezza di pronuncia, ma sarebbe anche inutile se non controproducente nei confronti di un pubblico sempre più internazionale. O dovremmo pensare che un italiano possa trovarsi in giro per l’Europa ad ascoltare Verdi in tedesco, inglese o spagnolo? Che gli stranieri che con soddisfazione ospitiamo sempre più spesso e non solo nei maggiori teatri possano aspettarsi Carmen o Der fliegende Holländer in italiano? Allora sì rischieremmo una chiusura dei nostri teatri in una sorta di autarchia linguistica che limiterebbe fortemente quella circolazione di idee e persone che rappresenta l’aspetto migliore della globalizzazione, oltre che una risorsa economica non indifferente per l’indotto dei nostri teatri. La nostra stessa identità culturale vive nella circolazione delle opere di Rossini e Verdi cantate in italiano (questo è tuttora il principale veicolo di conoscenza della nostra lingua nel mondo), non nella rappresentazione chez nous di Wagner, Bizet e Gounod in traduzione ritmica. Anzi, oggi come oggi l’espressione in una lingua straniera costituisce un’opportunità, non certo una barriera per la comprensione del pubblico, giacché per quanto da questo punto di vista il sistema scolastico italiano non sia stato all’avanguardia, la diffusione della conoscenza, anche elementare, di altri idiomi è in continua crescita, e, dove non lo sia, tutti gli strumenti di proiezione dei testi servono perfettamente chi tema di non intendere il senso di quanto è detto e cantato sulla scena. Io stessa non parlo tedesco, ne conosco solo poche parole (apprese, a riprova del valore delle versioni originali, proprio attraverso i libretti d’opera), ma preferisco di gran lunga leggere una buona traduzione letterale nei sottotitoli di un DVD, in un programma di sala, o su uno schermo durante la rappresentazione, piuttosto che arrancare su versi italiani spesso di cattiva fattura. Perché come La favorita rende incomprensibile e perfin ridicolo il magnifico libretto della Favorite, così non si può dire che “E’ l’amore uno strano augello”, “Io dico no, non son paurosa”, “Cede ‘l verno a’ rai del mite april”, “Imbriglia il destrier, sali in arcion” non risultino ostici e comici per un uditorio moderno. Versioni goffe, ammettiamolo, che essendo nate non come opere autonome ma come veicolo di comprensibilità per il pubblico diventano improponibili e dovrebbero essere dunque ripensate. Ma ne vale la pena? Sì in determinati contesti come quelli dell’English National Opera di Londra e della Komische Oper di Berlino, teatri collocati in capitali che ospitano altre importantissime istituzioni musicali e che tradizionalmente si sono ritagliati una nicchia specifica con la proposta di opere in traduzione, rispettivamente, inglese e tedesca. Non ne vale la pena se deve essere la norma diffusa al di fuori di queste nicchie.

Se fosse però una questione di popolarità o di élitarismo, in Italia dovremmo essere abituati a cantare Ieri, La vita in rosa, Oltre l’arcobaleno, e oltre confine si conoscerebbero Flying, The Sun’s song e Marinella’s Story (sì, esistono le cover tradotte, ma ammettiamo che il sistema della musica leggera e pop è assai differente da quello dell’opera, se non altro per il concetto di repertorio e per il rapporto fra esibizioni dal vivo e incisioni in studio). Il doppiaggio di un film ci fa perdere la completezza dell’interpretazione di un grande attore – per quanto alcune voci nostrane possano trasformarsi spesso in un valore aggiunto per il loro talento e la loro professionalità – ma le pellicole in lingua originale restano e restano a disposizione di un pubblico di appassionati e curiosi, anche nelle sale cinematografiche. Le moderne tecnologie permettono poi di selezionare nelle opzioni di un DVD lingua e sottotitoli a proprio piacimento. Ma un’opera lirica esiste in teatro nel momento in cui viene eseguita, ogni rappresentazione costituisce un unicum effimero e intraducibile in cui resta fondamentale il rapporto fra musica, fonema e significato. Val la pena di preservarlo e delegare alle traduzioni proiettate, ai libretti con testo a fronte, ai sottotitoli in un DVD la comprensione letterale di ogni verso.

D’altra parte ogni lingua porta in sé il senso intraducibile della cultura e della civiltà che esprime e Wagner stesso dava una grandissima importanza al testo e alle allitterazioni di cui era prodigo. Il modo migliore per festeggiare i suoi duecento anni potrebbe dunque essere un recupero del canto all’italiana, ma in un mondo culturale aperto, in continua comunicazione, nel quale ogni lingua, con le sue peculiarità fonetiche e semantiche, ha diritto di cittadinanza, e anzi, costituisce una ricchezza ulteriore perché proprio attraverso la musica il mondo globalizzato non sia una Babele, ma un fecondo caleidoscopio d’idee e identità in continua relazione.

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