Il bersaglio giusto

Il bersaglio giusto

di Roberta Pedrotti

Lungo le strade arse del Mezzogiorno si incontrano cavalli accasciati dopo ore sotto il sole o costretti a galoppare sull’asfalto arroventato. La rete pullula di pagine e video spudoratamente consacrati alle corse clandestine.

L’attenzione, però, si concentra spesso, specie fra gli attivisti più superficiali e rumorosi, sui bersagli sbagliati, trofei vistosi quanto innocenti, vivida metafora dell’abbaglio del luogo comune che rischia di distogliere dalla sostanza.

Certi bersagli sono facili, troppo facili da scegliere, e non importa se sono i bersagli sbagliati. Sono appariscenti, colorati, noti in tutto il mondo, radicati nella tradizione, noti a tutti, parte del lessico comune, vanno in diretta TV e possono permettere anche al più distratto animalista disinformato d’infervorarsi due volte l’anno. Capita sempre meno, per fortuna, ma capita (nemmeno due anni fa Federica Pellegrini e Filippo Magnini sono stati coperti di insulti violenti per aver trascorso qualche giorno a Siena). E fa ancora più rabbia quando fremi d’indignazione e compassione di fronte a quelli che, invece, potrebbero essere i bersagli giusti.

Una volta ho sentito perfino uno studente di veterinaria fare una battuta sui senesi che i cavalli “se li mangiano”. Una battuta, senza intenzione critica o polemica, ma che nasce da una vulgata impregnata di falsità belle e buone, ripetute anche ingenuamente per luogo comune, ignorando che a Siena non esistono macellerie che trattino carne equina e quale sia il rapporto fra il contradaiolo e il cavallo. Dopotutto il rigore del protocollo equino, le cliniche veterinarie d’avanguardia, le prime ambulanze per cavalli d’Italia, la cura scientifica dell’umidità ed elasticità ottimale del tufo, i sistemi di sicurezza studiati come per la Formula 1, l’affetto coltivato fin dall’infanzia, le cure maniacali dei barbareschi fanno meno notizia di un po’ di granguignol manipolato (sì, soprattutto in passato incidenti sono avvenuti, ma incidenti, appunto, e sempre sempre più rari, sempre di stimolo per perfezionare la prevenzione, mentre troppi, viceversa, sono i casi di cadute inventate, foto riciclate e decontestualizzate, o ancora di crampi risolti con un po’ di riposo, ritiri precauzionali o interventi di routine traformati in morti efferate sul campo e tutto ciò che propaganda morbosa e incontrollata possa partorire).

È facile far parlare di sé facendo leva sulla disiformazione e il luogo comune, su eventi che non hanno bisogno di pubblicità. E, aggiungiamo non senza malizia, su una speculazione donchisciottesca ben consapevole che gli strepiti mediatici di qualche gruppo non scalfiranno il bersaglio, che continuerà a ripetersi due volte all’anno offrendo ciclicamente un’occasione di far parlare di sé anche ai suoi nemici.

Così si appagano le anime belle che si sentono realizzate in un click e in una sentenza sui social network, gli attivisti della domenica e della rete, ma mi auguro (né voglio dubitare) che vi sia anche chi si occupi seriamente e continuativamente di casi molto meno appariscenti che avrebbero, al contrario del Palio, tutto il diritto di balzare alle cronache dell’indignazione e dell’iniziativa non solo degli animalisti militanti ma di tutte le persone di buon senso.

Ho visto cavalli ciondolare, praticamente abbandonati per intere giornate sotto il sole cocente, finire stesi sotto i brandelli di quel che resta dei pochi metri quadrati di un’unica, pietosa tettoietta di canne. Li ho visti aggirarsi fra sterpi bruciati dall’estate, capo chino e ipersalivazione. E poi li ho visti, all’approssimarsi del mezzogiorno, con altri sventurati colleghi affollati per l’occasione, a farsi cavalcare da turisti e sedicenti amatori d’ogni peso ed età, taluni fieri nei loro pittoreschi camuffamenti da cow boy (dopo tutto non sono passati sei mesi dal carnevale). Si badi bene, in luglio, in tarda mattinata e non a passeggiare nell’ombra accogliente della pineta limitrofa, ma a galoppare sull’asfalto infuocato della strada. Cosa che, peraltro, a ogni ora, non parrebbe consigliabile per le articolazioni di nessun vertebrato – specie se dotato di zoccoli – tanto da farmi guardare con compassionevole perplessità anche i buoni tiratori che trainano, ma al passo, carrozzelle turistiche nei centri storici.

Io ho visto questo con i miei occhi. Non sarò stata l’unica a vedere e a porsi delle domande. Non ho visto di peggio, con i miei occhi, ma sappiamo che esistono le corse clandestine, sempre su asfalto, fra violenze e scommesse, in molte parti d’Italia. La legge li persegue, se ne ha notizia ogni tanto, ma basta inserire le parole “cavalli corse clandestine” nel motore di ricerca di youtube per avere oltre 9.000 risultati, in minima parte servizi giornalistici su retate e condanne, per lo più orgogliose testimonianze sbandierate dagli stessi criminali. La stessa cosa avviene su Facebook.

Non è detto che ogni maneggio, ogni raduno ippico nasconda un inferno, ma è pur vero che fra la scuderia modello e lo sfruttamento criminale esistono mille gradazioni di improvvisazione, approssimazione, piccole e grandi sofferenze che si potrebbero correggere ed evitare, se si guardasse nell’anonimato di una tenuta e non nello sfolgorare innocente (anzi, virtuoso!) di una città in festa. Si punta il dito su quel che è più appariscente, ma nella boscaglia bisogna prender la mira e cercare il bersaglio. In questo, come in mille altri casi, non si tratta di prestare attenzione al dito o alla luna, ma di badare a che il dito punti nella direzione giusta, prima di volgere là la nostra attenzione.

È facile, troppo facile sentirsi la coscienza a posto condannando per sentito dire ciò che non si conosce se non per un nome noto a tutti. L’impegno, quello vero, non si fa abbagliare, ma perlustra il sottobosco alla ricerca del bersaglio giusto, anche se magari sembra, a prima vista, un trofeo più piccino e più insignificante.

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