Lorenzo Rocci 1864-2014

Lorenzo il Magnifico

Credo che oggi solo una banda di squinternati potrebbe ricordarsi di celebrare il centocinquantesimo dalla nascita di Lorenzo Rocci.
Io sono una di quegli squinternati, segnati per la vita nel corpo e nell’anima dall’opera del gesuita di Fara di Sabina, portati infine perfino per amare quegli spiriti ridotti a indecifrabili palline e quei lemmi incolonnati tutti di seguito, sudate carte e studi leggiadri cui abbiamo tributato preziose diottrie. Siamo stati forgiati da voci nelle quali gli esempi d’autore, quando indispensabili per sciogliere il nodo di una versione, erano sadicamente lasciati senza traduzione.
Lorenzo Rocci ci ha tramandato inarrivabili, pirotecniche evoluzioni lessicali per evitare l’imbarazzo di registri linguistici inequivocabilmente bassi. Là dove Aristofane è esplicitamente erotico, scatologico, quasi brutale nel dar voce alle impellenze della gola, del ventre, del sesso, Rocci è vertiginoso nel virtuosismo dell’eufemismo e della perifrasi, del suo linguaggio forbito e arcaico, anche fuorviante. Come è puntiglioso nel riportare onomatopee, formule scaramantiche per scacciare le pulci, nel districare alla sua maniera l’architettura labirintica e sublime di una lingua che non si può non amare, tanto è densa di poesia e senso, di razionalità e simbolo. Una lingua che ha saputo sintetizzare in una sola parola, γλαυκός, tutti i colori del mare.
Sì, esistono vocabolari di greco antico (stranieri, non me ne voglia il Montanari) oggettivamente migliori sotto il profilo scientifico, più precisi, completi, aggiornati. Ma se noi ex ginnasiali e liceali cresciuti con il vecchio tomo della società editrice Dante Alighieri prima dell’avvento del più pratico (e meno poetico) GI siamo la banda di squinternati che siamo, fedeli al suo mito nonostante le primavere che ci separano dalla maturità, lo dobbiamo anche al folle volo del gesuita nato l’11 settembre 1864 e alle schede lessicali che redasse pazientemente a mano in una vita di studi.
Se posso dire senza aver studiato il greco certo meno felice senza essere più ricca nemmeno materialmente, lo devo anche a Lorenzo Rocci.

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