Se la Cenerentola è peggio del Volo

Quando la musica è Cenerentola

Per me la Cenerentola di Verdone e Andermann è peggio del Volo.

I tre ragazzi del Volo sono uno dei molteplici esempi di cantanti nati e portati alla celebrità dalla televisione, attraverso talent show e simili. Trovavo abbastanza mostruoso, oltre che dannoso per la loro salute vocale, vedere bambini o poco più conciati da adulti e come adulti spinti a cantare. La loro caricatura dei Tre Tenori sembrava la replica dei grotteschi Piccoli fans di Sandra Milo. Non li ho seguiti. Spero per loro abbiano poi studiato musica e canto, comunque vedo che hanno successo internazionale con la canzone napoletana e classico. Buon per loro. Non è il mio genere, tuttora non li seguo, ma per quel poco che ho sentito ho avuto l’impressione di uno stile fra il crooner e il cantante italiano prossimo a un Albano, a un Ranieri, se vogliamo a un Renga. Un cantante come dovrebbe essere anche Bocelli, grazie al cielo senza le sue ambizioni. Nel loro repertorio e nella loro discografia non trovo brani d’opera, forse avranno proposto giusto qualche “Nessun dorma”. Cantano quel che è il loro mestiere. Bene o male lo lascio giudicare a chi li conosce meglio di me.

Hanno successo negli USA? Buon per loro! Agli americani piace quest’idea di italiano canterino simil partenopeo da cartolina? Peggio per loro, buon per loro… così è, così è stato e sarà. Francamente me ne infischio. I giornali li chiamano tenori? Il Corriere ha chiamato “tenore” anche Mojca Erdmann, l’ignoranza è dei media: Il Volo canta meno opera di Michael Bolton. Il Volo canta a Sanremo? Be’, e dove altrimenti? Il Volo canta in Senato? Allora qui si può discutere sulla natura del concerto di Natale, sui criteri artistici, sul valore simbolico. Il parlamento, specchio del paese, ha scelto un momento d’intrattenimento nazionalpopolare. Un concerto come quello di Muti dello scorso anno ci sarebbe parso più giusto nel contesto. Ma almeno il disimpegno del Volo è più onesto delle pretese di Allevi, il sedicente nuovo Mozart, il censore di Beethoven, tanto presuntuoso da impugnare la bacchetta sul podio nel cuore delle istituzioni o per scrivere concerti per violino nella patria di Paganini. Quello per me è un oltraggio ai musicisti seri. Quest’anno abbiamo semmai un sintomo patente della considerazione della musica classica rispetto al pop in tutte le sue declinazioni.

Per la Cenerentola – una fiaba in diretta la Rai scritturò un cast di cantanti lirici dal curriculum impeccabile: Alberghini, Raimondi poi sostituito da Lepore, Regazzo, Rocha, le meno note ma professionali Kasyan e Vestri, l’allora sconosciuta Lena Belkina. Al di là dell’analisi critica su ciascuno, gente che canto lirico l’ha studiato davvero e che calca normalmente i palcoscenici. Sul podio Gelmetti, altro nome seriamente titolato. Dunque si fanno le cose per bene? No, si parte dal presupposto, e si piegano a questo artisti lirici professionisti, che l’opera sia noiosa, che non possa essere presentata al pubblico di oggi, al pubblico infantile, che non regga la prova televisiva. Si parte, cioè, da una mancanza di stima e di fiducia. Si prosegue con il pressapochismo, perché è ben plausibile che si inseriscano dei ballabili a fini spettacolari: ai tempi di Rossini nessuno si sarebbe turbato. Turba però che siano a fronte di ciò ritenuti superflui tutti i recitativi, turba che la Rai non fornisca una scheda accurata ai conduttori – bravissimi nel loro campo ma dichiaratamente incompetenti in ambito operistico – di Hollywood Party per impedir loro di annunciare l’ascolto dei ballabili di Armida come “il ballo dalla Cenerentola di Rossini, diretta da Carlo Verdone”. Turba che tutto ruoti attorno a un regista che, pur avendo già realizzato la regia di un Barbiere nel 1992, conferma una disarmante ignoranza sul teatro d’opera. Perché, diciamocelo, la sua regia, proprio dal punto di vista della recitazione, appare sciatta e piatta, banalotta e sempliciotta anzichenò. La regia televisiva non aiuta, anzi. Eppure Verdone si atteggia quasi a riscopritore di una vitalità che il poveroso mondo dell’opera aveva offuscato e lo fa sciorinando banalità sul fatto che ogni personaggio abbia una sua caratterizzazione. Non sarà, se così è, per merito di Rossini e Ferretti? Non sarà perché Alberghini, Rocha, Lepore, Regazzo e compagnia questo repertorio lo frequentano quotidianamente? Non sarà che prima di Verdone ci sono stati signori come Jean Pierre Ponnelle, Roberto De Simone o Luca Ronconi che forse hanno fatto un po’ meglio di lui.

Ho il sospetto che il vecchio film di Ponnelle e Abbado con Von Stade, Araiza, Desderi, Montarsolo, Guglielmi, Zannini e Plishka, senza tagli rilevanti e senza inserzioni apocrife, sia molto più vitale, accattivante e coinvolgente della rielaborazione condensata e infarcita di balletti e cartoni animati che Verdone ci propina con la prosopopea del grande divulgatore e uomo di teatro, televisione, cinema. Ho il sospetto che il successo di un’operazione dipenda dalla conoscenza onesta della materia, dal rispetto delle competenze specifiche e, soprattutto, dalla materia di cui si tratta. Se si parte dall’idea che il testo così com’è non possa funzionare, che necessiti di interventi migliorativi, allora il fallimento è dietro l’angolo. Se un capolavoro è tale, significa anche che tutti i suoi elementi sono perfettamente equilibrati e che modificarne la struttura non è impossibile, né inammissibile, ma certamente delicato. Un taglio, uno spostamento, un’aggiunta devono avere una ben ponderata motivazione artistica, o per interpretazione o per contingenze esecutive, non la pretesa di rendere accessibile qualcosa che altrimenti non lo sarebbe. Semplicemente perché così non è. Sembrerà un paradosso a chi non conosce La cenerentola, ma proprio per il suo equilibrio interno l’opera di Rossini e Ferretti scorre ben più fluida e divertente nelle sue tre ore che non nella riduzione forzosa di Verdone e Andermann (che alla fine però, così breve non è, superando le due ore senza gran profitto).

Coinvolgere dei professionisti del belcanto per un progetto che ha per presupposto la necessità di modificare La cenerentola senza fiducia nella sua forza intrinseca (io ricordo ancora le prime volte in cui ascoltai il Rondì, il Nodo avviluppato, il duettone dei buffi) e ha come realizzazione la sicumera di chi ignora e pretende di sapere e, addirittura, svelare e migliorare.

Ecco per me è peggio la Cenerentola del Volo. Perché per me è peggio coinvolgere dei veri artisti lirici per dire che l’opera così com’è non funziona e deve diventare un’altra cosa, dev’essere rielaborata. Meno grave veder tre ex ragazzini che giocavano a fare i tre tenorini in tv ora abbiano successo cantando canzoni. Se, poi, in parlamento preferiscono O Sole mio (che è un classico, comunque, e non è Allevi) a Verdi e Rossini non è colpa loro: può non essere un bel segnale per il nostro patrimonio musicale, ma è l’ultimo anello della catena. Potrebbero forse preferire Rossini i rappresentanti di un paese la cui televisione di Stato tratta così La cenerentola?

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