rassegna stampa

LA TRAVIATA DI VERDI DIVENTA LA DUPLESSIS DI DUMAS

Gran Dio morir sì giovine! Una sfida alla morte

Athos Tromboni

BOLOGNA – La Traviata, 11 dicembre 2009. Il Teatro Guardassoni di Via D’Azeglio compie cento anni dalla costruzione. Furono infatti i sacerdoti barnabiti del Collegio San Luigi a volerlo nel 1879, per supportare i precetti educativi dell’istituto scolastico. Il centenario è stato festeggiato con La Traviata, titolo operistico quanto mai popolare. Anzi, è stato festeggiato con uno spettacolo teatrale dove il sottotitolo spiegava meglio del titolo il contenuto: “Scene fra l’opera di Giuseppe Verdi e il romanzo di Alexandre Dumas fils”. Si è trattato d’una fusione fra il teatro d’opera e quello di prosa, che immaginava l’intervento di Dumas figlio (l’attore Renato Geremicca) durante lo svolgimento dell’opera lirica, come se lo scrittore stesse scrivendo, dentro il corpo del melodramma, il diario della propria avventura amorosa con Marie Duplessis, ispiratrice del romanzo La signora delle camelie da cui Francesco Maria Piave aveva tratto il libretto per l’opera di Verdi.

Così il pamphlet di Dumas figlio si alterna alle scene dell’opera secondo una scansione che nulla toglie alla bellezza della musica e molto aggiunge alla conoscenza del fatto da cui trae origine anche il capolavoro verdiano. Responsabile dei testi, della regia e della drammaturgia è Roberta Pedrotti, mentre la direzione musicale è affidata a Luigi Pagliarini che si avvale di una piccola orchestra formata dal quintetto d’archi e dal quintetto di fiati. Dunque è Dumas ad aprire la rappresentazione, ma sarà ancora lui a chiudere cinicamente lo spettacolo, prima della scena della morte di Violetta/Marie; e in quel momento si svelerà perché la Violetta voluta dalla Pedrotti è mantenuta sempre sulle corde di una donna volitiva, mai rassegnata nonostante i patimenti d’amore e l’aggravarsi della tisi, proiettata ad esaltare la vis drammatica propria dell’interprete (il soprano Julija Samsonova): le parole di commiato dell’attore dalla scena sono quelle divenute famose di un biglietto vero, inviato da Dumas alla Duplessis nel 1846 per troncare la relazione che li univa da meno di un anno: “Mia cara Marie, non sono abbastanza ricco per amarvi come vorrei, né abbastanza povero per essere amato come vorreste voi. Dimentichiamo dunque tutti e due, voi un nome che vi deve essere indifferente, io una felicità che mi diviene impossibile”.

Uno smacco per la bella Marie, ma uno smacco anche per la Violetta della Pedrotti (non quella di Francesco Maria Piave) che si atteggia di conseguenza durante tutta l’opera: volitiva per intuizione, mai rassegnata, aggressiva contro il destino avverso, una donna che affronta la lotta contro la morte (Gran Dio morir sì giovine!) come una sfida che, seppur perdente, assume la dignità della rivolta fino all’ultimo respiro. In tale dimensione drammatica, Violetta fa scomparire Alfredo, ma opacizza anche l’allure di Germont; dimostra che non le interessa la compassione di chi la circonda, cerca la comprensione; dimostra che il rammarico non è verso ciò che lascia, ma per ciò che ha perduto per incomprensione, laddove nessuna compassione riuscirà mai a ripagarlo, perché qui ora e avanti è divenuto più importante il luogo della memoria del luogo della vita.

Per questo sul letto di morte, quando riceve la lettera di Germont che le annuncia il ritorno di Alfredo presso di lei, le sue parole (È tardi!) diventano un grido di ribellione e non una supplica o una mesta autocommiserazione. Detto di una magnifica interpretazione, anche vocale, della Samsonova (non ha fatto il famigerato mi bemolle sopracuto in Sempre libera degg’io ma la sua prestazione è stata maiuscola. Del resto neanche la Zeani e la Tebaldi, quel mi bemolle lì, ce l’avevano… neanche la Gheorghiu, per citare una grande diva dei giorni nostri. E nemmeno Verdi l’aveva prescritto…), si aggiunga solamente che la sua voce è gran bella, piena, rotonda, fa commuovere e merita traguardi importanti. È piaciuto molto anche il Germont di Gabriele Ribis, un baritono dal timbro carezzevole e dal gesto scenico sincreticamente allineato alla drammaturgia, sempre con misura e senza enfasi, ma con efficacia drammatica. Il tenore David Sotgiu (Alfredo) ha onorato l’impegno con dovizia, confrontandosi scenicamente con il suo alter-ego (l’attore Geremicca che faceva Dumas, stessi vestiti, stessa cravatta, identica statura) e ponendosi sommesso al confronto con la Violetta della Samsonova: il ragazzo ha mezzi interessanti, ma deve scegliere percorsi di studio che lo portino a gestire al meglio le potenzialità di cui è dotato. Convincente la Flora di Erika Fonzar, degna di nota la prestazione di Italo Proferisce (Obigny) e meritevoli di citazione per l’impegno profuso anche gli altri: Jong Yong Choi (Gastone), Gianluca Monti (Douphoul), Carlo Bonarelli (Grenvil) e l’attrice Laura Odorici (Annina).

La traviata a Concordia

m.s.

Concordia, 12 dicembre 2009. Il Teatro del Popolo di Concordia sulla Secchia (MO) è stato inaugurato esattamente un secolo fa, nel novembre 1909. La sala, collocata nei pressi dell’argine e dotata di un’ottima acustica non ospitava produzioni operistiche dal 1974, quando andò in scena Il trovatore di Giuseppe Verdi. Per iniziativa della locale associazione Alpacom, del Comune di Concordia e dell’Ant della vicina Mirandola, in collaborazione con il Progetto Cultura Teatro Guardassoni di Bologna il primo secolo del teatro è stato celebrato sabato 12 dicembre con una recita de La traviata nella nuova produzione che aveva debuttato nei giorni precedenti nel teatro bolognese. Il cast è stato il medesimo del debutto al Guardassoni il 10 dicembre, con la presenza lussuosa del baritono Mario Cassi nei panni di Germont padre. Il giovane artista aretino, opportunamente invecchiato dal trucco, è stato il più applaudito e ha entusiasmato il pubblico con un’eccellente esecuzione della celebre Di Provenza il mare il suol. Ottima voce, ottimo fraseggio, ottima recitazione. Violetta era il giovane soprano coreano Kim Sang Eun, molto applaudita per l’espressività e il bel colore di voce. Calorosamente apprezzato anche l’Alfredo di David Sotgiu. Applausi non sono mancati per Jong Yong Choi (Gastone), Erika Fonzar (Flora), Italo Proferisce (il Marchese D’Obigny), Gianluca Monti (il Barone Douphol), Carlo Bonarelli (il Dottor Grenvil) e la bravissima attrice Laura Odorici (Annina e assistente alla regia). Luigi Pagliarini alla guida dei Musici di Parma e del coro T.W. Adorno di Reggio Emilia non ha fatto rimpiangere la presenza di complessi più ricchi. Il pubblico ha risposto con calore sottolineando ogni brano (preludi compresi) con vivaci applausi. Meritano una citazione anche l’attore Renato Geremicca, i danzatori Gabriele Vaccargiu, Sibilla Chapel, Annarita Scaramazza con le piccole Victoria Sinardi e Maria Giulia Benetti, il realizzatore delle proiezioni scenografiche Federico Zuntini.

L’opera di Verdi era presentata in una versione originale con inserti recitati a cura di Roberta Pedrotti già ampiamente descritta dal direttore Athos Tromboni riferendo della seconda recita andata in scena a Bologna con un cast parzialmente diverso (Cassi e Kim si alternavano con Ribis e Samsonova).

La serata è stata aperta da un messaggio del sindaco e dal saluto della dottoressa Elena Busi che in rappresentanza di Alpacom ha ringraziato chi ha reso possibile lo spettacolo e ha auspicato un ritorno più frequente della grande musica a Concordia. Con lei in proscenio, in rappresentanza del Progetto Cultura Teatro Guardassoni, il socio Alberto Ciandrini, trovandosi il presidente Cristiano Cremonini e il direttore artistico Cinzia Forte impegnati a Roma proprio per La traviata al teatro dell’Opera e la vicepresidente Roberta Pedrotti in cabina di regia. Al termine sono stati consegnati fiori per signore e targhe ricordo per gli interpreti principali.

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