Cose delicate: ricordo di Virgilio Savona

Bresciamusica, ottobre 2009

Cose delicate: ricordo di Virgilio Savona

di Roberta Pedrotti

La sera è scesa più malinconica che mai. Frasi di circostanza e cordoglio di superficie rischiano di addomesticare nei rassicuranti confini familiari dell’intrattenimento il ricordo di Virgilio Savona e della sua attività, con Quartetto Cetra e come solista. Antonio Virgilio Savona è nato a Palermo il primo gennaio 1920 e morto a Milano il 27 agosto del 2009, ha vissuto e si è formato a Roma, ha sposato una bolognese. Già nei dati anagrafici sembra iscritta la storia del Novecento, ma Savona fu molto di più, intellettuale e musicista fra i maggiori che il nostro paese abbia conosciuto, benché forse non conosciuto e stimato quanto in realtà meritasse.

Dieci anni fa moriva Fabrizio De André, dieci giorni prima di Savona se ne andava Fernanda Pivano e la coincidenza non può non suggerire una riflessione sulla statura culturale del cantautore e del compositore. Mentre il regime s’avviava al tramonto e la guerra volgeva alle sue fasi più aspre, la Pivano iniziava la sua opera di traduzione di Lee Masters e Hemingway; nel frattempo lo studente di pianoforte del Conservatorio di Santa Cecilia, divenuto cantante, introduceva il jazz e il blues all’EIAR. Mentre, dopo il ’68, De André pubblica la maggior parte dei suoi capolavori, Savona rallenta l’attività con il quartetto si dedica a una produzione politicamente impegnata anche in collaborazione con Giorgio Gaber (la voce dell’album Sexus et Politica, su testi sempre attualissimi di poeti latini) e Michele Luciano Straniero, il fondatore del cantautorato italiano di radice popolare e contenuto sociale. Per chi lo collegava alla Vecchia fattoria, a Vecchia America e al Vecchio palco della Scala l’ascolto di Sono cose delicate poteva rivelarsi uno choc. Testi duri, aspri, apertamente schierati. Lo stesso Savona ne pare consapevole e con amara ironia affida alla canzone eponima una sorta di commuovente autobiografia intellettuale. Il testamento dell’artista che non può rimanere sganciato dall’attualità, ma che si sente in dovere di far sentire la propria voce, anche se gli argomenti sono delicati e dal simpatico occhialuto di Studio Uno proprio non ce li

si aspettava.

Cose da pazzi veramente, ma questo cosa vuole fare?

Dico, perché non si sta zitto, che fa? si mette a protestare!

Ma come? Vive agiatamente, tiene la macchina, va al mare

E vuole fare l’impegnato e si permette di parlare!

Ma che si faccia i fatti suoi, che si accontenti di campare!

Ma di che si va a impicciare? Questo si vuole rovinare!

Sono cose delicate, non devono essere toccate.

Ma che si faccia i caroselli, canti alla televisione!

Non si vada ad immischiare con la contestazione.

Ma questo come si permette di toccare le cose serie?

Non ci ha fatto fin da bambino il buffone ed il burattino?

Ma che si faccia i fatti suoi, che si accontenti di campare!

Ma di che si va a impicciare? Questo si vuole rovinare.

Sono cose delicate, non devono essere toccate.

Nessuno dice che è vietato, se vuole scrivere canzoni,

Ma che le scriva con prudenza e senza rompere i coglioni.

E si ricordi che va bene la libertà delle opinioni,

però non deve esagerare, ma che? Ci ha preso per minchioni?

Ma che si faccia i fatti suoi, che si accontenti di campare!

Ma di che si va a impicciare questo si vuole rovinare!

Sono cose delicate, non devono essere toccate.

E che seguiti a cantare quella, com’è?.. la Fattoria:

Che faccia pure, l’ascoltiamo, canta, pazienza, così sia!

Ma questo legge, questo pensa, si atteggia a fare il comunista!

Che fa? Si mette a parodiare gli intellettuali di sinistra?

Ma che si faccia i fatti suoi, che si accontenti di campare!

Ma di che si va a impicciare? Questo si vuole rovinare!

Sono cose delicate, non devono essere toccate.

Ma che si faccia i fatti suoi, che si accontenti di campare!

Ma di che si va a impicciare? Questo si vuole rovinare?

Se diventa irriguardoso e continua a sfrucugliare

Lo mettiamo un po’ a riposo, a pensare, a meditare

Sulle cose delicate che non devono essere toccate.

Sia Savona sia De André riprendono le forme della ballata popolare, il primo è forse più musicista (nella prefazione alla Buona Novella l’autore si schermisce per la propria “balbuzie melodica”), il secondo più poeta. Non tanto perché solo ora, come cantautore, Savona lavora direttamente e regolarmente ai testi che, nel Quartetto, erano appannaggio in primis di Tata Giacobetti, ma perché il suo sguardo è più asciutto, più amaro, più violento. Difficilmente si trova quella tenera umanità, quella poesia degli umili che si respira negli LP del genovese, al contrario troviamo la rabbia del quarto stato, troviamo il dolore degli oppressi. Savona è legato a doppio filo all’attualità e cita senza

mezzi termini manifestazioni, di ribellione studentesca, delle diverse anime della sinistra, di scontri e occupazioni con precisi riferimenti. Una tenerezza quasi fiabesca emerge quando meno ce la si aspetta, come in una canzone intitolata La merda. Mai titolo meno poetico per un testo tanto affettuoso, nel quale la delicatezza verso il soggetto bilancia la fermezza della critica. Eccolo, l’amico e il collaboratore di Gianni Rodari (sui testi del quale, su invito di Luciano Berio, comporrà

tra l’altro l’Opera delle filastrocche), eccolo a raccontarci che non è giusto prendersela con quella materia biodegradabile, naturalissima, tenera e perfino utile accostandola a politici, venditori di fumo e di armi, sfruttatori ben più dannosi e puzzolenti, oltre che difficili da eliminare. L’accusa diretta al “grande capo americano” (all’epoca Nixon) non avrebbe potuto essere più dura.

Se De André fu un anarchico e un ateo umanamente partecipe ai sentimenti evangelici, dalle canzoni di Savona traspare chiarissima l’immagine di un comunista visceralmente anticlericale, sia nella parodia sorridente di Pretini rossi Moniche bianche, sia nel j’accuse velenoso del Testamento del parroco Meslier, scabra messa in musica dell’ultimo scritto del sacerdote francese del primo settecento, considerato fra i padri del socialismo per il pensiero che sfociava in espressioni rivoluzionarie e in concetti non dissimili da quelli che avrebbero espresso in materia di religione Feuerbach e Marx. C’è tuttavia anche Prete visionario, quasi un ritratto di Don Milani, a ricordarci che esiste una chiesa lontana dai giochi di potere e vicina ai valori originali, la chiesa del popolo e dei preti operai.

Pur tuttavia sarebbe un errore dividere nettamente la carriera di Savona fra impegno e disimpegno, senza e con il Quartetto Cetra. L’osservazione critica spesso acuminata della realtà attuale faceva effettivamente parte della poetica dei quattro, se si pensa a una canzone come Troppi affari, cavaliere, scritta da Giacobetti come satira degli industriali rampanti e densa d’allusioni profetiche (l’invito a lasciar perdere i giornali, la crisi della borsa, guai con moglie e avvocati), o anche alla Ballata del critico TV, che, sbeffeggiando certa stampa snob che li accusava di presenzialismo, satireggiava già l’alienazione televisiva di oggi (e nell’era squallida dei reality fa sorridere l’ironia su chi passava le giornate fra sceneggiati e Studio Uno). Lo stesso Savona, in una recente intervista alla Repubblica rivendicava un atteggiamento critico e persino sovversivo già dai primi anni, quando con i suoi compagni d’avventura riusciva, fra adattamenti e traduzioni, a contrabbandare “musica afro-epilettoide o barbara anti-musica negroide” nell’Eiar fascista e autarchica. E non furono da meno l’arguzia critica e l’humour nero (l’allegro uxoricidio di Però mi vuole bene) di cui erano intrisi anche brani apparentemente leggeri.

Su tutto però dominava, e garantiva l’efficacia dei contenuti, la straordinaria qualità musicale frutto di un percorso favorito anche dalla sorte. Nel 1940 attorno a Giovanni Giacobetti, detto Tata, si raduna il Quartetto EGIE (Enrico De Angelis, Giovanni Giacobetti, Iacopo Jacomelli ed Enrico Gentile), pieno di buona volontà ma povero di basi musicali. Un brillante studente di pianoforte al Conservatorio, che il padre vorrebbe avviato alla carriera di concertista, viene invitato da tata a curare gli arrangiamenti e nel giro di pochi mesi, dopo la defezione di Jacomelli, Virgilio Savona entra a far parte del gruppo anche come cantante. Il quartetto ora si chiama Ritmo, ma un altro dei componenti iniziali abbandona l’iniziativa e viene rimpiazzato da un giovane di Latina, ottimo cuoco e stornellatore, dotato di una vocalità grave particolarmente duttile e di ottima verve: Felice Chiusano. Nel 1941 nasce il Quartetto Cetra, completamente maschile e, pur lavorando di concerto, i ruoli sono già definiti, Virgilio è il compositore, Tata il responsabile dei testi, anche se è impossibile non citare i contributi di Age, vecchio amico dei ragazzi del gruppo dai tempi dell’EGIE, Gorni Kramer e Lelio Luttazzi. Nel frattempo Enrico De Angelis deve rinunciare per adempiere al servizio militare e, inaspettatamente e indirettamente la soluzione viene dallo stesso Savona. Si propose infatti come nuova voce una bella ragazza bolognese dotata di un registro acuto cristallino e intenzionata a unire una nuova esperienza artistica (non s’erano ancora visti in Italia gruppi vocali misti) alla possibilità di stare più vicina al marito Virgilio. Lucia Mannucci, giunta alle nozze dopo un periodo di convivenza affatto raro per l’epoca, permise di valorizzare la vocazione drammatica del quartetto e gli aprì vie artistiche prima insospettabili, in teatro come in televisione.

Canzoni drammatizzate, rivista, parodie e sketch televisivo. L’impasto vocale era perfettamente amalgamato e permetteva una perfetta articolazione polifonica, i caratteri ben definiti. La voce più chiara e leggera di Tata (che pure nei essi d’assieme sosteneva le linee del basso), insieme con i lineamenti sottili, lo rendevano perfetto per i personaggi più giovani, fatui, amorosi, ingenui o ambigui, come Telemaco, il Fornaretto di Venezia, Ashley, Aramis, Dracula. Virgilio, con il suo eclettismo timbrico si collocava preferibilmente su tessiture baritonali, spaziando fra figure nobili, tenebrose e misteriose e altre più caricaturali: è Athos, Rett Butler, Antinoo, ma soprattutto un fascinoso e implacabile Conte di Montecristo, magistrale nell’incarnare la trasformazione dal goffo buon marinaio Dantés. Felice, versatile voce di basso, affronta ruoli più maturi, spesso buffi o bonari (Geraldo O’Hara, Porthos) senza trascurare figure negative (Chauvelin nella Primula rossa, Bondumier nel Fornaretto di Venezia ) o grandiose come Napoleone o Ulisse. La primadonna è Lucia: Mercedes, Milady, Penelope (in gara con la Calipso di Milva e la Circe di Elena Sedlak), Rossella. Esemplare, in tal senso, la distribuzione nel Fornaretto di Venezia, dove i conti Lorenzo e Clemenza Barbo sono Virgilio e Lucia, Lauretta Masiero Sofia Zeno, Sandra Mondaini Annella e un superlativo Lelio Luttazzi come Alvise Guoro. Proprio nel Fornaretto emergono le qualità drammatiche dei Cetra, che toccano corde indiscutibilmente tragiche nel finale, con la doppia esecuzione dell’innocente Fornaretto e del conte che, giunto troppo tardi a confessare la sua colpevolezza, sceglie comunque di seguirloe sul patibolo. Il commiato, pronunciato come d’abitudine dalla deliziosa Grazia Maria Spina, mentre per le calli si rianima il carnevale è realmente commuovente, senza compiacimenti. Non traggano in inganno le situazioni comiche (il Doge che si esprime solo in rime gastronomiche, il cameo di Raimondo Vianello come pittore veneziano) perché come in Shakespeare queste, per contrasto, rendono ancor più forte la tragedia. Di più, anche Lucia che canta “Guoro mio perché sei morto” sulle note di Maramao sottolinea un uso etimologico della parodia come costruzione su un canto preesistente. Quante messe polifoniche rinascimentali sono composte su temi popolari anche profanissimi? I Cetra alzano addirittura il tiro e utilizzando più volte lo stesso brano ne enfatizzano una plasticità semantica che fa pensare ad Hanslik o all’autoiprestito rossiniano. Per chi conosca il motivo originale la reminescenza sarà inizialmente ragione di sorriso, ma non si potrà negare l’appropriatezza del tema alla situazione. D’altra parte il citato Visconte di Castelfombrone era passato tranquillamente al carosello della China Martini e alla lettera di delazione di Fernando e Danglars ai danni di Edmondo Dantes (“All’ufficio Regio del Prefetto…”) e Siam tre piccoli porcellin può diventare Siam tre impavidi moschettier. L’apoteosi è raggiunta nel ciclo di parodie cinematografiche di un anno precenti (‘62/’63) alla Biblioteca: qui il personaggio femminile, all’incirca a metà, intona E’ scesa malinconica la sera, sia che attenda un vampiro o l’esito della battaglia di Waterloo. Una reminiscenza dell’aria di baule dei divi del belcanto? Un’ironia iperbolica su un singolo brano, un esercizio semantico. Esperimento o convenzione portata all’eccesso? Ogni lettura è lecita. Del resto quando nella Storia di Rossella O’Hara lo stesso tema introduce alla spensieratezza della festa alle Dodici Querce e viene poi intonato con tutt’altro spirito da Rossella affranta in una Tara distrutta dalla guerra non si può non pensare a un uso significativo del tema non ignaro del Leitmotiv. La convenzione teatrale, il formalismo quasi operistico, nelle più estese parodie di Biblioteca di Studio Uno si concretizza, peraltro, nell’appuntamento fisso di un brano a quattro voci – quasi un concertato – che si colloca spesso come nodo dell’azione. Nell’Odissea, per esempio, sulle note di Che centrattacco! si consuma l’ingresso di Ulisse camuffato da mendicante al banchetto dei Proci.

La virtù straniante della musica permette poi di dipanare con un sorriso soluzioni poco accomodanti e sempre intinte in un disincantato cinismo. Non si può mai parlare di adattamento edulcorato, non si accettano varianti liete, a costo di mostrare più morti dell’Amleto, non c’è scampo per Valentina e Donna Renata Villefort, né per Fernando, Edmondo abbandona Mercedes preferendone la fedele (e più fresca) Haydée; nessuno scampa alla strage dei Proci; Rossella spara senza problemi a un Nordista assai esplicito per la RAI dell’epoca (“Bella sudista, ci sono altre libertà che ora mi prenderò con te!”, ma un anno prima Tata/Ottaviano si lamentava con Lucia/Cleopatra d’essere stato l’unico, fra Cesare e Marcantonio, ad essere “andato in bianco”).

Rossini, come si è detto, non si era comportato diversamente, aveva prestato le note della commedia alla tragedia, dimostrando come gli affetti fondamentali della musica potessero svincolarsi e superare le contingenze verbali. Travolta proprio il virtuosismo in questi mutamenti accentua l’effetto del dramma, i meccanismi della lacrima e della risata, della pietà, del terrore, della catarsi.

Nella forma piacevole e nell’arte sublime della leggerezza il disimpegno – coltissimo – dei Cetra diventa impegno. Non inferiore a quello del Virgilio Savona compositore, cantautore e studioso di musica popolare. Del Virgilio Savona che nel suo album Sono cose delicate si concede il vezzo di un autoimprestito sfacciato, affidando alla stessa musica la rivendicazione autobiografica del brano eponimo e l’allegoria del Formichiere che trasforma le formichine ribelli e rivoluzionarie in impiegati e segretarie funzionali all’ordine costituito.

Resta Lucia Mannucci, resta il figlio Carlo Savona a ricordare un’epoca in cui la responsabilità delle idee e della cultura poteva essere rappresentata da uomini come Virgilio Savona o Gianni Rodari (ma anche, fra i tanti, De André, Pivano, Gaber, Straniero) dagli artisti di una generazione che conosceva l’impegno ma, forte di una solidissima e profonda preparazione, lo viveva con il virtuosismo sublime della leggerezza.

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