Faust

Bresciamusica, ottobre 2006

Faust: presentazione

di Roberta Pedrotti

«Je veux la jeunesse! À moi les plaisirs, les jeunes maîtresses! A moi leurs caresses! A moi leurs désirs! A moi l’énergie des instincts puissants, et la folle orgie du coeur et des sens! Ardente jeunesse, à moi tes désirs! A moi ton ivresse! À moi tes plaisirs!» [Io voglio a giovinezza! A me i piaceri, le giovani amanti! Le loro carezze! I loro desideri! A me l’energia dei possenti istinti, e l’orgia folle del cuore e dei sensi! Giovinezza ardente, a me i tuoi desideri! A me la tua ebbrezza! A me i tuoi piaceri!]. Il credo superficialmente sensista del Faust di Gounod sembra talmente diverso da quello dello studioso goethiano da giustificare il distacco con cui i tedeschi usavano titolare l’opera Margarete. Soprattutto negli anni della guerra franco prussiana (la prima versione, come opéra-comique, è del 1859, quella ampliata con recitativi musicati e balletti, tuttora in uso, del ’69, alla vigilia del conflitto) è difficile pensare che i concittadini di Goethe potessero vedere la trasformazione del solo primo tomo del dramma in una vicenda sentimentale dai contorni romanticamente soprannaturali. Eppure, come nessun testo letterario ha mai rappresentato lo spirito tedesco quanto il dramma di Goethe, poche opere riassumono l’effimero trionfo della borghesia francese prima di Sedan al pari del lavoro di Gounod.

L’inno gaudente «Vin ou bière», il valzer «Ainsi que la brise légère», il canto dei soldati «Gloire immortelle» sono il quadro di questa società e delle sue illusioni presto spezzate, l’ode dei nipotini di merveilleuses e incroyables che nell’eleganza danzante e leggiadra celano tutti i peccati che la rispettabilità borghese impone di negare. La stessa religione è esibita e vantata nei simboli più che nella sostanza con l’uso magico della croce o dell’acqua santa contro le arti di Méphistophélès. La stessa apoteosi finale è una rassicurante illustrazione della vittoria del bene sul male, mentre un’inquietudine più profonda pervade la scena della chiesa, in cui il demonio svela un più complesso conflitto morale. Egli, infatti, è scandaloso perché sovverte le convenzioni e mostra ciò che si deve nascondere. Inneggia all’oro e alla lussuria, usa il sarcasmo contro l’ipocrisia. La Nuit de Walpurgis non è forse un festin in cui, come in una galleria alla moda di dipinti à la Moreau, alla sfilata «des reines et des courtisanes», a Cléopâtre e Laïs prestano volto e – soprattutto – corpo disponibili modelle e ballerine? La morte redentrice di Marguerite non ricalca forse la postuma santificazione della sua omonima Gautier, al secolo Marie Duplessis? La fanciulla traviata dalla società parigina e quella perduta dagli incanti del diavolo, lo splendore delle feste o di un cofanetto di gioielli, il disprezzo del suocero mancato o del fratello, il pentimento, la caduta e la morte salvatrice. La storia in fondo è la stessa: Boito lo capì modellando il suo quadro del carcere sul terzo

atto della Traviata, Gounod lo svelò nel fare del sardonico Méphistophélès colui che cinicamente smaschera e amplifica in grottesche caricature i vizi della sofisticata società parigina. Colui che vede nella pulsione di Faust per Marguerite l’impeto carnale e, come in Goethe, non ne comprende il mutarsi in sentimento: lo studioso del prologo non avrebbe potuto intonare un’aria come «Salut demeure». Così amici e parenti di Armand Duval capiscono che si possa desiderare la splendida cortigiana, non amarla. Eppure anche per Faust l’amore dalla carne sublima nello spirito e, nell’opera, nell’aria. E quest’opera, vasta e talvolta retorica, contiene arie fra le più belle dell’intero repertorio, tanto belle che né Faust, né Marguerite, né Valentin, né Siebel potranno mai mentire, forse proprio perché come prigionieri di quella melodia troppo morbida e perfetta per ammettere ambiguità. Nemmeno Méphistophélès mente, ma perché lui conosce la chiave di questo linguaggio, e lo piega alla sua espressione in ogni istante diversa, sempre distaccata e sempre sardonica, nella Ronde come nella Sérénade.

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