Il barbiere di Siviglia

Programma di sala, teatro Guardassoni, ottobre 2012

Figaro, il barbiere di Siviglia da Beaumarchais a Rossini

Il barbiere di Siviglia, ovvero Figaro. Uno di quei personaggi che prendono vita autonoma rispetto alla pagina scritta e alle tavole del palcoscenico, che si liberano dalla penna dell’Autore – o degli Autori – per divenire altro: un archetipo, un mito, una maschera.

Ultimo grande esempio di servitore aiutante della commedia classica, ecco che nell’immaginario comune Figaro è divenuto l’uomo della classe emergente, emblema di un mondo in cambiamento cavalcato con abile trasformismo. L’esponente della nuova borghesia rivoluzionaria che  mostra all’aristocrazia decadente la superiorità dei valori individuali dell’ingegno e del lavoro. Così lo immaginiamo nella trilogia di Beaumarchais (Le barbier de Seville, 1775, Le mariage de Figaro, 1784, La mère coupable, 1792) e in tutte numerosissime opere a questa ispirata già nel XVIII secolo, Mozart con Le nozze di Figaro e Paisiello con Il barbiere di Siviglia in testa. Quando, nel 1816, in piena Restaurazione, Rossini crea il suo Figaro la consacrazione è definitiva, l’identificazione fra il personaggio e l’irresistibile, trionfante dinamismo della celeberrima cavatina è completa. L’opera, dopo un esordio tormentato, sarà fra le più note e amate d’ogni tempo, fonte inesauribile perfino d’aneddoti e luoghi comuni. Il suo Figaro resta un uomo del suo tempo, che ora vive il momentaneo rinnovato potere della nobiltà e non lo contraddice, ma con ironia sorniona l’asseconda godendo i vantaggi dell’unico vero signore del suo tempo e d’ogni tempo: l’oro, il metallo “portentoso, onnipossente”. In realtà le difficoltà che mettono in crisi i travestimenti suggeriti proprio dal factotum al Conte per avvicinare la bella Rosina e le reazioni di Don Bartolo sono sventate più che altro dall’autorità del nobile e dalla sua borsa ben fornita. Figaro è però abilissimo a cogliere le occasioni, ad approfittare del momento per un proprio vantaggio economico ma anche di prestigio, attribuendosi infine perfino meriti non suoi, tanto che effettivamente il titolo Il barbiere di Siviglia, entrato in uso in luogo dell’originale Almaviva ossia l’inutil precauzione, non appare inappropriato.

Nel suo indiscusso trionfo, per cui lo stesso nome Figaro si fa perfino sinonimo stesso di barbiere come di astuzia, vitalità e simpatia, il nostro eroe mostra però anche un lato oscuro. Nel 1790 il francese Martelly porta in scena una sua commedia, Les deux Figaro in cui si può ravvisare una vaga eco della Mère coupable in cui il factotum si sovrappone però al bieco avventuriero Bégearss. Quasi un novello Tartufo cede all’avidità e cerca di sfruttare il suo ingegno per scopi disonesti: Felice Romani ne trae un libretto musicato, fra gli altri, da Carafa e Mercadante ed ecco che ancora una volta Figaro interpreta i tempi, diventa una figura autonoma, un simbolo dell’homo novus, ingegnoso e intraprendente. Un archetipo e un mito che presenta anche un rovescio della medaglia, o che forse i tempi mutati cercano di neutralizzare ed esorcizzare mostrandone via via le debolezze e perfino un’insospettabile malignità d’animo, ma velleitaria, quasi buffa. Figaro però è già altro, a prescindere alle azioni che compie sulla scena, delle vicende in cui è inserito: è l’arguto, scaltro factotum che si fa largo spavaldo cantando nella sonnacchiosa alba sivigliana. Così ce lo consegna Rossini, così entra definitivamente nel mito dell’uomo dall’agile mente venuto dal popolo, un multiforme ingegno che nessuna risata, nessuno scorno, nessun fallimento patito sulla scena o nelle pagine di uno dei suoi Autori potrà mai appannare.

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