Il Capuleti e i Montecchi

Bresciamusica, ottobre 2005

I Capuleti e i Montecchi: presentazione

di Roberta Pedrotti

«Dovrebbero a mio avviso gl’Italiani tradurre diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche; […] non per diventare imitatori, ma per uscire di quelle usanze viete, le quali durano nella

letteratura come nelle compagnie i complimenti, a pregiudizio della naturale schiettezza. Che se le lettere si arricchiscono colle traduzioni de’ poemi; traducendo i drammi si conseguirebbe una molto maggiore utilità; poiché il teatro è come il magistrato della letteratura.» Così, nel 1816, scriveva Madame De Staël nella sua lettera Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni, destinata a innescare un

incendio dalle polveri già incandescenti del dibattito fra classicisti e romantici. Cita espressamente Shakespeare, la baronessa, ma si dovrà attendere il declinare degli anni ’30 perché, dopo sparuti tentativi settecenteschi, si intraprendesse un’organica versione italiana delle opere del massimo drammaturgo inglese su iniziativa di letterati come Carlo Rognoni e Andrea Maffei, ovvero intellettuali fra i più vicini a Verdi, il primo italiano ad aver dato alle scene un melodramma direttamente tratto da Shakespeare: Macbeth. Le opere precedenti, per quanto assimilabili nei soggetti, avevano fonti diverse, oppure si rifacevano alla mediazione delle riscritture francesi di Jean François Ducis, impegnatissimo nel rendere alle regole aristoteliche quei drammi che lo stesso Voltaire giudicava men che barbari. Non ottenne però particolare fortuna operistica il suo fantasioso Romèo et Juliette, che vedeva Montecchio, novello Conte Ugolino, rinchiuso da Capellio nella torre della Fame con i tre figli, due dei quali rimarranno preda del delirio antropofago del padre, mentre il solo Romeo tornerà a Verona con il padre assetato di vendetta. La vicenda degli sventurati amanti, melodrammatica come nessuna mai, arriva sulle scene italiana attraverso il recupero della storia e della novellistica medioevale e rinascimentale cui il classicismo metastasiano stava cedendo il passo. Gerolamo Della Corte con le Storie di Verona e Matteo Bandello con i Quattro libri delle novelle ispirano infatti il libretto di Giuseppe Foppa per il Giulietta e Romeo di Zingarelli (1796), al quale guarderà Felice Romani per l’opera omonima destinata a Nicola Vaccaj (1825), basato anche sulla tragedia di Luigi Scevola (1818), che sta a Shakespeare quanto l’Otello di Giovanni Carlo Cosenza. Quando Bellini nel 1830 rimette in musica i versi del suo poeta prediletto (che avrà provveduto a rielaborarlo personalmente) il nome del bardo di Stratford on Avon s’insinuava con insistenza sempre maggiore nei circoli intellettuali progressisti, eppure I Capuleti e i Montecchi è un’opera fondamentalmente rivolta al passato. L’intreccio è il medesimo dei rossiniani Tancredi o Bianca e Falliero e come nei modelli Romeo ha voce di contralto, lo stesso contralto eroico e malinconico di Zingarelli (dov’era un castrato) e Vaccaj. Il confronto con quest’ultimo è peraltro sollecitato oltre che dal libretto pressoché identico, dalla fortuna dell’opera del tolentinate, tale da far sì che Maria Malibran, impersonando il Romeo del catanese, sostituisse il finale con quello di Giulietta e Romeo. Detto che la distribuzione dei ruoli è in Vaccaj più tradizionale, con il padre tenore e l’amante deluso basso nobile, mentre Bellini farà di Capellio un basso e di Tebaldo un bel tenore preverdiano. È però proprio il confronto dei finali quello rivelatore: si avvertono subito la maggiore scolpitezza e la drammaticità del recitativo belliniano, la sua melodia, poi, deriva sì direttamente dalla scuola napoletana, ma le sottende un sostrato armonico quasi chopiniano, che ben giustifica l’ammirazione di Wagner: «Deh! Tu, bell’alma» è un’aria sublime, quella corrispondente di Vaccaj, «Ah! Se tu dormi svegliati!», è semplicemente bella e più patetica. Dopo il duetto, infine, Bellini prende alla lettera il greco katastrophé precipitando le ultime battute sulla scoperta dei due cadaveri, quando in Vaccaj non era negata a Giulietta un’ultima aria di follia di fronte a Capellio e Lorenzo. I Capuleti e i Montecchi inorridì Berlioz come il libretto dell’Otello di Rossini inorridì Stendhal, ma l’opera italiana non è Shakespeare, tant’è vero che solo la musica francese sembra aver colto la fatua leggerezza di Mercutio, il personaggio più schiettamente shakespeariano del dramma. Forse Donizetti ne avrebbe fatto una sorta di Gondì della Maria di Rohan o di Maffio Orsini della Lucrezia Borgia, ma non era nella sorte dell’amico di Romeo entrare nell’opera italiana, a lui così estranea, nemmeno nel fedelissimo Romeo e Giulietta di Marchetti (1865) o in quello decadente di Zandonai (1922).

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