La traviata

Bresciamusica, ottobre 2004

La traviata: presentazione

di Roberta Pedrotti

Si chiamava Alphonsine Plessis, dal quale nome ella aveva composto quello più armonioso e più elevato di Marie Duplessis. Era alta, molto sottile, nera di capelli, bianca e rosa in volto. Aveva la testa piccola, dei lunghi occhi smaltati come una giapponese, vivaci e arguti, le labbra rosse come ciliegie, i più bei denti del mondo; si sarebbe detta una figurina di Saxe. Nel 1844, quando la vidi per la prima volta, sbocciava in tutta la sua opulenza e bellezza. Morì nel 1847, d’una malattia al petto, all’età di ventitre anni.” Così Alexandre Dumas fils ricorda la cortigiana più nota ed ammirata di Parigi, consegnata all’immortalità, sotto il nome di Marguerite Gautier, da un amante meno abbiente di altri, ma dal grande talento letterario. Verdi, con tutta probabilità, assistette nel ’51 alla pièce che Dumas trasse da La dame aux camèlias e se ne innamorò: aveva trovato il soggetto per la sua nuova opera. Alphonsine, dunque, mutava nuovamente nome, questa volta in Violetta Valery, ma con non poche precauzioni da parte del librettista Piave. Questi, dopo i guai con la censura per Rigoletto, decise di addolcire la provocatoria attualità di un soggetto che, santificando una prostituta, additava con disprezzo l’ipocrisia della morale borghese. Che in questo Verdi sentisse un

richiamo autobiografico alla sua convivenza con Giuseppina Strepponi è dettaglio più romanzesco che storico; certo, mal sopportò l’ambientazione “nel 1700 circa”, ai tempi di Richelieu e del Re Sole. Tuttavia, nonostante la volontà dell’autore, l’indicazione oggi comunemente riportata nel libretto, “1850 circa”, non si affermò con facilità e perfino le figurine Liebig, nel ‘900, riportano una Violetta simile a Lucia, un Alfredo che potremmo confondere con Arturo Talbo.

In realtà questa somiglianza non pare del tutto incongruente se si prende in considerazione la prima versione della Traviata che andò in scena alla Fenice di Venezia il 6 marzo 1853. Non si trattò di un

fiasco, ma nemmeno di un trionfo, soprattutto per la prova non esaltante dei cantanti, ma anche qui si è troppo romanzato sulle forme paffute e poco credibili della povera Fanny Salvini-Donatelli, ed un anno dopo Verdi licenziò al teatro S. Benedetto della stessa città la versione corrente, che egli stesso definì, con astuta diplomazia, “la stessa stessissima che si eseguì l’anno passato alla Fenice ad eccezione di alcuni trasporti di toni, e di qualche puntatura […] non un idea musicale è stata mutata.” Naturalmente non era così: le differenze sono molte ed aiutano a meglio comprendere la modernità e la genialità della drammaturgia musicale dell’opera così come oggi viene eseguita. Basti pensare a Germont, un vero padre verdiano, meschino e borghese finché si vuole, ma pur sempre padre verdiano; nella scrittura acutissima e manierata del ‘53 sembra invece l’ultimo avanzo

d’una stirpe di genitori autoritari e tenorili che da Handel (Tamerlano) e Mozart (Mitridate e Idomeneo) giungeranno nell’800 con Rossini (Tancredi, Bianca e Falliero) e Donizetti (Otto mesi in due ore, Maria Padilla) fino all’Elèazar della Juive di Halevy. Non a caso il brano che fu rielaborato più profondamente fu il duetto fra Germont e Violetta, nododrammatico e patetico dell’opera che nella prima versione è ancora concepito secondo la rigida scansione tradizionale, come dimostra il deciso cadenzare dopo ogni sezione, evidente soprattutto fra “Così alla misera” e “Dite alla giovine”, quasi fuse, poi, nel canto accorato di Violetta. Confrontando le due versioni appare chiara la portata rivoluzionaria di una costruzione musicale tesa ad un realismo che, è bene precisarlo, è proprio del romanticismo italiano, e segnatamente milanese, e non può essere confuso con un’anticipazione del verismo. Il vero naturalista, infatti, differisce profondamente dal vero manzoniano. Violetta è parente più stretta di Lucia (Ashton o Mondella) che di Mimì, ma, pure, è un’eroina moderna, mai vittima, perché capace di guardare negli occhi l’amante che l’ha insultata con la fermezza di un amore incrollabile: “Alfredo, Alfredo, di questo core/ non puoi comprendere tutto l’amore…/Tu non conosci che fino a prezzo/del tuo disprezzo – provato io l’ho./ Ma verrà il giorno, in che il saprai…/ Com’io t’amassi confesserai…/Dio dai rimorsi ti salvi allora,/io spenta ancora – pur t’amerò.”


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