Nabucco

Bresciamusica, ottobre 2005

Nabucco: presentazione

di Roberta Pedrotti

Riguardo Nabucco esiste un tale intreccio di storia, leggenda, aneddoti e luoghi comuni che risulta difficile riscoprire il dramma lirico dietro al simbolo, al dorato santino del melodramma quale appare nell’immaginario collettivo. Una mitologia in buona parte da sfatare, ma, comunque, nel bene e nel male, ormai parte integrante dell’identità di quest’opera.

È bello immaginarsi un giovane Verdi, provato dalle morti premature di moglie e figli oltre che dal fiasco di Un giorno di regno, che si commuove leggendo i versi del “Va’ pensiero” e riprende a comporre, trovando anche consolazione nelle braccia della primadonna Strepponi. Bello come un Rossini che compone “Di tanti palpiti” mentre cuoce il riso: la storia è altra cosa e Nabucco non è solo “Va’ pensiero”, tant’è vero che alla prima del 9 marzo 1842 il coro bissato fu “Immenso Iehova”. L’ambizioso quadro storico, con scontri di popoli e fazioni, richiama alla tradizione del gran-opèra francese e la Bibbia era soggetto favorito dai tempi dell’oratorio barocco fino al Rossini di Ciro in Babilonia e dei due Mosé (italiano e francese), trattandosi anche d’un comodo stratagemma per aggirare i rigori quaresimali o le maglie della censura. L’amor di patria e l’oppressione straniera toccavano i cuori dell’Europa restaurata, ma nel libretto di Solera Verdi trovò soprattutto un dramma conciso e serrato, il dramma di Abigaille e Nabucco, diversamente lacerati fra affetti privati e sete di potere. Se l’una rinnegherà la propria umanità riconquistandola solo nel suicidio, l’altro compirà il percorso inverso segnato dalla follia che punisce l’hybris del tiranno proclamatosi Dio. Oppresso dalla sua stessa brama di potere del re assiro anticipa le angosce di Macbeth, un’altra delle rare pazzie maschili del melodramma italiano, il cui modello si riconosce nel delirio di Assur in quella Semiramide che ben più del tanto citato Mosé condiziona la composizione di Nabucco. Oltre che nella follia del protagonista maschile, lo si può notare nel brevissimo primo atto, giocato sull’alternanza fra maestosità epica e squarci intimisti, non immemore dell’Introduzione dell’opera rossiniana, come pure la grande cavatina della primadonna già apparsa precedentemente, il grande duetto di scontro fra questa e il basso-baritono, la ricomposizione finale che segue alla morte di lei. Abigaille è, dunque, sì figlia di Semiramide, Nabucco di Assur, Zaccaria di Oroe (anche se la Profezia molto deve a quella di Hiéros nel Siège de Corinthe), ma ovviamente la maestosità delle forme rossiniane mal s’accordava all’impellenza della drammaturgia verdiana, debitrice anche delle esperienze di Bellini, Donizetti e, innovatore anche più ardito, Mercadante. Se un’analisi non può prescindere da una prospettiva storica, questa non deve essere unilateralmente eziologia o teleologica, bensì valutare la dialettica fra innovazione e tradizione che sottende a ogni opera d’arte. La scrittura vocale e strumentale, la vibrante teatralità sono quelle del Verdi di Galera, preannuncianti già le opere più mature, mentre le volatine di “Tale ti rendo, o misero, il foglio menzogner” chiarificano bene che di belcanto ancora si tratta, come belcantisti erano i primi interpreti, soprattutto il baritono Giorgio Ronconi, insigne interprete di Bellini e Donizetti, e capace di rendere quindi il giusto involo al cantabile “Dio di Giuda”, derivata chiaramente dal linguaggio musicale del catanese e del bergamasco, come del resto le cabalette,ultimo avanzo d’una stirpe assai felice. D’altra parte lo stesso fantomatico soprano drammatico d’agilità, come vengono definite con una pericolosa semplificazione alcune primedonne verdiane, non è altro che l’evoluzione della coloratura di forza rossiniana, passata attraverso le eroine di Bellini e Donizetti, e inserita ora nel fraseggio verdiano. Se Abigaille, dunque, non è una Walkiria con l’agilità, la compianta Ghena Dimitrova rappresenta una miracolosa eccezione, mentre dovrebbe esser rivelatore il fatto che il repertorio d’elezione della pur eclettica Callas, Abigaille storica al pari della bulgara, fosse proprio fosse appunto quello neoclassico e protoromantico. Abigaille, Odabella, Lady Macbeth portano l’agilità drammatica al suo dorato tramonto, dopodiché il soprano prenderà altre strade.

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